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ATLANTE MAGICO |
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Quarta tappa: Palenque (Yucatán) |
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Vidi le mie prime rovine Maya una trentina di anni or sono. Erano quelle di Chichén-Itzá. nello Yucatán. Meravigliose, ma non circondate dalla giungla come mi ero romanticamente aspettato. Perciò, noleggiai un camioncino e mi diressi, lungo una strada tutta buche fangose, cinquecento chilometri più a sud. Lì trovai la rigogliosa foresta tropicale e, nella drammatica bellezza di quello |
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scenario selvaggio, ammirai Palenque. "Percorrevamo una traccia di sentiero indiano, e le fronde degli alberi, piegate e grevi di pioggia, ci obbligavano a chinarci di continuo, tanto che in breve fummo completamente infradiciati. Il fogliame era cosi fitto che il sole non poteva asciugare il diluvio della notte precedente. Il terreno era fangoso, i torrenti tumultuosi scorrevano in fondo ad avvallamenti dove i muli scivolano senza riuscire a risalire. E questa immensa foresta circondava quella che era stata un tempo una grande città! C'era una grande strada, una volta, percorsa da migliaia di persone... tutte sparite, senza lasciare traccia... Poi uno dei nostri indiani gridò: 'El Palacio!'. E, attraverso gli alberi, scorgemmo la facciata di un maestoso edificio, ornato di figure strane ed eleganti. |
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Gli alberi vi crescevano a ridosso, i loro rami entravano dalle porte; l'effetto era unico, straordinario, di struggente bellezza". Così, in quel classico dell'avventura vissuta che è "Incidenti di viaggio in America Centrale, Chiapas e Yucatán", l'esploratore John Lloyd Stephens descrive la sua scoperta di Palenque, nel 1839. La misteriosa città perduta, la "Città del Serpente" delle leggende indiane, era già stata vista da altri, tra cui un frate messicano e l'avventuriero conte Waldeck, ma furono Stephens e il suo compagno di viaggi, il pittore Frederick Catherwood, a rivelare al mondo intero il suo splendore soffocato dalla giungla. Con l'aiuto di Stephens e degli indios, Catherwood
ripulì le rovine e le disegnò. Tornarono così alla luce: il
grande complesso architettonico del "Palacio", con i
suoi cortili, le gallerie, i pilastri decorati di stucchi
policromi; il "Tempio delle Iscrizioni", una enorme
piramide dalle pareti coperte di geroglifici, al cui
interno, negli anni Cinquanta, l'archeologo Alberto Ruz
scoprì una camera funeraria segreta contenente un
magnifico sarcofago scolpito, circondato da misteriosi
scheletri; il "Tempio della Croce", altra struttura
piramidale, così chiamato per via di un motivo
ornamentale somigliante a una croce (in realtà, è un
albero stilizzato), che ora viene conservato nel museo
di Città del Messico; il "Tempio del Sole", con il suo
pannello decorato che rappresenta un sacrificio, per
l'appunto, al dio Sole. Molti altri palazzi furono portati
alla luce da scavi compiuti nel nostro secolo.
Con ammirevole ardire architettonico, i Maya che
fondarono Palenque edificarono la città sul margine di
una ripida scarpata; nella piana, un tempo, c'erano i
campi coltivati a mais che fornivano il cibo agli abitanti.
Ora c'è la densa foresta tropicale, la stessa che ricopre
le colline alle spalle della città. Sebbene, come
sempre, gli edifici religiosi e politici costruiti in pietra
siano gli unici rimasti, Palenque non era soltanto una
città-santuario: presso il "Palacio" è ancora possibile
distinguere il cortile per il gioco della palla, sport molto
popolare anche tra gli antichi Maya. Roberto Diso si
ispirò al "Tempio delle iscrizioni" (che sotto potrete apprezzare nella versione di Rodolfo Torti) per la piramide che si
vede nella storia raccontata nell'albo di Mister No n. 15 "Il tempio dei Maya", da me sceneggiata. |
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Le maestose rovine di Palenque dal vero e nella "rilettura" grafica di Rodolfo Torti (Martin Mystère n. 182). La caricatura di Sergio Bonelli è opera di Fabio Celoni. |
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