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Jim Morrison, Brian Jones, Jimi Hendrix, Sid Vicious, Janis Joplin, Bon Scott, Marvin Gaye, Ian Curtis, Michael Hutchence... La storia del rock è disseminata di personaggi che hanno “bruciato” la loro carriera (e la vita) fra rabbia, disperazione e follia, come se avessero fatto proprio un proverbiale motto pronunciato da John Derek nel film di Nicholas Ray, “I bassifondi di San Francisco” (1949): “Vivi di corsa, muori giovane e lascia di te un bel cadavere!”. I divi “maledetti” come Kurt Cobain, la cui tragica morte viene rievocata nell’avventura di Julia Kendall contenuta nell’Almanacco del Giallo 2006, sono diventati dei veri e propri miti per le generazioni che li hanno ascoltati. Il popolare leader dei Nirvana scelse di togliersi la vita la sera dell’8 aprile 1994; da tempo soffriva di forti crisi depressive e aveva già tentato più volte di uccidersi, e il grande successo che la sua band aveva raggiunto con album quali “Nevermind” e “In Utero” non fece altro che peggiorare la sua confusione interiore. A rimanere profondamente scioccata dalla morte del chitarrista e cantante di Seattle, all’inizio di questa storia retrospettiva, è Norma, la sorella più giovane di Julia Kendall, che vive un’età in cui la musica sembra rispecchiare, nel bene e nel male, il caos emozionale in cui si dibatte l’anima di ogni adolescente. Tuttavia la nostra criminologa, qui alle prese con il suo secondo “caso”, si troverà a indagare, assieme a un suo professore dell’università, anche sul disperato gesto di Johnny Gillett, un altro ragazzo di Garden City, sconvolto dalla morte di Cobain, e che ne imita le gesta, impiccandosi. Ma quello di Johnny è stato un vero suicidio?

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