MUÑOZ, FRA NOIR E MILONGAS

 

 

 

 

 

 

 

 

Le Edizioni Hazard celebrano l'arte espressiva di José Muñoz con "Hombre di China", un catalogo edito in occasione della personale del maestro argentino tenutasi a Napoli, dal 15 giugno al 15 luglio 2001, nell'ambito della manifestazione Napoli Comicon, ospitata nelle sale del castello aragonese di Sant'Elmo. Dire che il deflagrante bianco e nero di Muñoz è una semplice, ancorché efficace, scelta estetica significa fare torto all'espressività di questo finissimo cesellatore di solitudini e di disperazioni urbane, di abbrutimenti senza fondo e di riscatti senza trionfo che formano l'ordito dei suoi racconti. "Suoi", anche se si devono all'inventiva dello sceneggiatore Carlos Sampayo, poiché l'interpretazione che ne offre Muñoz è assolutamente inscindibile dalla qualità narrativa e dall'intensità drammatica delle vicende in cui si calano Alack Sinner, detective amaro e disincantato (ma non cinico), e gli altri personaggi crepuscolari e marginali partoriti dalla penna di Sampayo. Nato nel 1942, José Muñoz frequenta la Escuela Panamericana de Arte, a Buenos Aires, e inizia a collaborare, dopo essere cresciuto alla scuola di Alberto Breccia e Hugo Pratt, con un altro nome di primo piano nel panorama fumettistico bonaerense: Francisco Solano López. Nel 1963, è presente sulle pagine della rivista "Misterix" della Editorial Abril, con una serie poliziesca scritta da Ray Collins (nom de plume di Eugenio Zappietro), dal titolo "Precinto 56". L'effervescenza culturale della Buenos Aires di quegli anni era ormai prossima a spegnersi, con l'avanzare della crisi, sempre più inarrestabile, della democrazia in salsa peronista, preludio alla terribile dittatura militare che, di lì a poco, avrebbe letteralmente distrutto un'intera generazione di argentini. Al principio degli anni Settanta, Muñoz, forse presago di quello che il futuro stava per riservare al suo Paese, abbandonò l'Argentina per l'Europa: Inghilterra, Spagna, Italia furono le tappe principali del suo esilio preventivo. Nel 1974, il grande incontro con Carlos Sampayo, un autore che proveniva dal mondo della pubblicità. Pochissimi sono i casi in cui un binomio artistico produce un'eccellenza di risultati tale da rendere praticamente indistinguibili, perché fusi in maniera perfettamente fluida e naturale, gli apporti dell'uno e dell'altro autore. Nel caso di José Muñoz e Carlos Sampayo è esattamente così: non si può parlare dell'uno senza parlare dell'altro, poiché, nei loro lavori, la parola diventa segno grafico e il disegno diventa parola o, come sostiene Goffredo Fofi, verso.
Partecipi dello stesso immaginario, in cui si intrecciano la nostalgia del tango, il jazz, i romanzi hard-boiled di Raymond Chandler e Dashiell Hammett (ma anche le voci di autori argentini come Borges, Cortázar o Artl), Muñoz & Sampayo hanno prodotto, con Alack Sinner, una vera rivoluzione nel mondo del fumetto. All'epoca, gli anni Settanta, il fumetto "underground" o (pessima definizione) "d'autore" proponeva tematiche di rottura e di contestazione che escludevano ogni possibile scelta di narrazione in chiave avventurosa o epica; dall'altra parte, il fumetto seriale proponeva l'avventura classica, da cui era bandita ogni forma di quotidianità e di riflessione esistenziale. Ebbene, i due autori argentini hanno rovesciato gli schemi, confezionando, con il loro detective, delle storie noir di impianto classicissimo e, allo stesso tempo, ricche di spunti di taglio sociologico, assolutamente pertinenti al contesto e puntuali nel ritrarre in profondità un mondo dolente e conflittuale. In più, nelle loro opere, è del tutto assente quella fastidiosa presunzione di onnipotenza così tipica del fumetto statunitense, per definire invece, in Alack Sinner come nelle altre maschere del loro teatro, una misura di amara dignità, scaturita dalla consapevolezza che, a questo mondo, non si può essere mai del tutto vincitori, a meno di non coltivare l'indifferenza e l'egoismo come soli traguardi etici. Gli eroi di Muñoz & Sampayo sanno che "conoscere è soffrire", e la perdita dell'innocenza significa anche la conquista della disillusione; ma è una conquista che non li doma e che non spegne in loro la vocazione a combattere. E allora, come Humphrey Bogart o Robert Mitchum, imparano a "morire in piedi", sapendo che questa è la via più dignitosa da percorrere, oltre che l'unica per gente come loro. In chiusura, uno stralcio delle considerazioni di Lorenzo Mattotti, riportate nel catalogo della Hazard, sul segno così incisivo di José Muñoz: "Con il suo lavoro Muñoz apre finestre. Il disegno non si limita a essere funzionale alla trama, ma lancia costantemente altri messaggi. Ogni vignetta è una finestra sul mondo che circonda questa trama e le dà aria, vita… È importante ricordare che dietro un segno c'è una vita, c'è tutto un modo di sentire le cose… bisogna dirlo perché ormai la gente non pensa più cosa voglia dire disegnare un'immagine…".