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In occasione del loro debutto sulle
pagine di Tex, abbiamo rivolto qualche domanda ai fratelli Cestaro
affinché ci raccontino come hanno vissuto l’onore (e l’onere) di
cimentarsi con una delle più importanti e longeve saghe del fumetto
italiano.
Disegnare Tex rappresenta un traguardo professionale di una certa
entità, soprattutto per un disegnatore giovane. Come avete vissuto quest’impegno?
La difficoltà del compito vi ha intimidito oppure è prevalso il gusto
della sfida? (Gianluca) Dopo le prime
comprensibili insicurezze, è in effetti prevalso il gusto della sfida.
Ovviamente all’inizio ho sentito la responsabilità di trovarmi tra le
mani un personaggio considerato una leggenda del fumetto italiano, e
anche l’incertezza su come il grosso pubblico texiano, avrebbe accolto il
debutto di due esordienti che mai avrebbero immaginato di disegnare un
western come Tex, genere al quale mi sono sempre sentito poco adatto, in
virtù di una formazione grafica di tutt’altre origini. Al tempo stesso,
però, è stata subito forte la voglia di esprimersi al meglio con il
personaggio, cercando di tirar fuori , attraverso la sua immagine, le
espressioni, le posture, quel particolare carisma che sono riusciti a
infondergli gli affermati maestri con cui siamo stati chiamati a
confrontarci. Non so quanto ci siamo andati vicino, ma la buona volontà
c’è stata.
(Raul) Aggiungo che, in un certo senso, l’esame da superare era
doppio, dovendo affrontare anche il giudizio di un lettore speciale, dato
che abbiamo un padre collezionista di Tex fin dal primo numero e tuttora
fedele lettore. Tex è “un vecchio amico” fin dall’infanzia, e i primi
approcci al disegno realistico sono avvenuti ricopiando all’infinito il
Tex di Giovanni Ticci.

Come si suddividono il lavoro i
gemelli Cestaro?
(Raul) Adottiamo un metodo di lavoro per qualcuno piuttosto
singolare: ricevuta la sceneggiatura, uno di noi ne realizza le tavole
pari, l’altro quelle dispari; questo perché a entrambi piace la
possibilità di affrontare sia il lavoro a matita che quello a china.
(Gianluca) Inoltre, questo metodo di lavoro è anche una buona
occasione di tenere allenata la mano, in vista di un obiettivo che ci
piacerebbe raggiungere in un prossimo futuro: lavorare a una
sceneggiatura per ciascuno, separatamente.

Attraverso quali riferimenti
iconografici si forma lo stile di Raul e Gianluca Cestaro?
(Raul) Premesso che il mio è uno stile in continua
evoluzione, la mia preferenza va a quegli autori (alcuni di essi anche
apparentemente lontani dal mio segno grafico) che hanno un tratto
vigoroso, fresco, dinamico, dove il deciso contrasto di bianchi e neri la
fa da padrone: Jordi Bernet, Domingo “Cacho” Mandrafina, Giampiero
Casertano, Corrado Mastantuono, Jorge Zaffino, e, per quanto a qualcuno
possa sembrare strano, anche Giorgio Cavazzano; ma anche (e soprattutto)
quegli autori che da anni si sono affermati quali grandi “cantori” del
genere western: Giovanni Ticci, Gino D’Antonio, Renzo Calegari, Ivo
Milazzo, Paolo Eleuteri Serpieri, Jean Giraud.
(Gianluca) I riferimenti che influenzano il modo in cui
disegno sono vari. Nel mio stile si può rintracciare una somiglianza con
Claudio Villa, ma mi influenzano fortemente soprattutto tutti quegli
autori citati da Raul, con l’aggiunta di Alex Toth, Alberto ed Enrique
Breccia padre e figlio, José Muñoz, Andrea Venturi, Nicola Mari,
Attilio Micheluzzi, Sergio Toppi, tutti grandi giocolieri nell’uso del
bianco e nero e cesellatori di atmosfere particolarmente suggestive.

Quali letture o film vi hanno
influenzato maggiormente?
(Raul e Gianluca) Come lettori e appassionati di cinema, e di
conseguenza anche come disegnatori, abbiamo una naturale propensione per
il genere “noir” nel senso più ampio del termine, quindi per scrittori
come Franz Kafka, Stephen King, Raymond Chandler eccetera.
Nel cinema rimangono irraggiungibili film come “La finestra sul cortile”,
“La donna che visse due volte”, “Psycho”, ma anche opere come “Il Mucchio
Selvaggio”, “C’era una volta in America”, “Il Padrino” e tanti altri che
sarebbe lungo citare qui; tutti esempi che hanno influenzato e
influenzano il nostro modo di raccontare attraverso le immagini.
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