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In alto e di fianco: alcune vignette tratte da Mister No n. 345. Qui sopra: la copertina di uno
degli albi della serie "Welcome to Springville" (Edizioni L'Isola Trovata).
In basso: una tavola tratta da un episodio della "Storia del West".
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Gli appassionati di fumetto western
ricorderanno senz’altro la dettagliata ricostruzione d’ambiente che Renzo Calegari ci ha offerto di quel mondo convulso e maestoso, epico e triviale
che è stato il West, nella “Storia del West” di
Gino D’Antonio in alcuni
episodi della saga “Welcome to Springville”, scritta da
Giancarlo Berardi .
Se poi sono anche lettori appassionati delle avventure di Tex Willer,
ricorderanno la personalissima interpretazione del nostro Ranger che
Renzo Calegari
ci ha offerto nelle pagine dell’Almanacco del West 1994. Bene, con
la stessa cura e la stessa maestria di sempre, l’artista ligure si accinge
ora a far rivivere le atmosfere di un mondo imprevedibile e avventuroso non
meno della Frontiera americana, anche se non altrettanto celebrato dal
cinema e dalla letteratura: la selva tropicale dell’America del Sud. A dire
il vero, il suo debutto sulle pagine di Mister No avviene in tutt’altro
contesto, storico e geografico. Non l’Amazzonia degli Anni Cinquanta, bensì
le Filippine del 1942, in piena Seconda Guerra Mondiale. Ne parliamo con lo
stesso Renzo Calegari, nella breve intervista che segue.
Cimentarsi con
una saga pluriennale come Mister No significa doversi misurare con un
insieme di suggestioni narrative e iconografiche sedimentate nella
percezione del lettore. Come ha affrontato questo impegno Renzo Calegari,
interprete riconosciuto dell’epopea western?
Beh, al principio mi sono trovato
un po’ spiazzato. Ho superato lo scoglio con un pizzico di mestiere e molta
documentazione; soprattutto, però, mi è venuta in soccorso la lunga
collaborazione con la Casa editrice inglese Fleetway, per la quale ho
lavorato negli anni Sessanta e Settanta, disegnando storie di guerra. Ecco,
forse con un’avventura classica, ambientata in Amazzonia, avrei dovuto
superare qualche problema in più, ma lo scenario del Pacifico ai tempi della
Seconda Guerra Mondiale è un po’ come una seconda casa per me, restando la
prima sempre l’Ovest americano.
In questa prima prova al servizio
dello scanzonato pilota Jerry Drake (“Storia di un soldato”), lei sembra
aver rarefatto il suo disegno, in una sintesi espressiva che mostra di
contrarre qualche debito con la scuola della “linea chiara”. Poche
ombreggiature, tratto molto pulito, larghe campiture bianche. Si tratta di
un punto d’approdo stilistico generale o alla base di questa scelta ci sono
ragioni estetico-descrittive legate in qualche misura alle caratteristiche
della saga di Mister No?
Direi che, più che una scelta stilistica vera e propria, questo
alleggerimento del segno sia la conseguenza di una lunga abitudine al
colore; per molti anni ho lavorato per le Edizioni Sanpaolo (“Il
Giornalino”, n. d. r.), che pubblicano a colori, quindi ho gradualmente
eliminato le ombre e i contrasti molto netti. Ricordo che, quando facevo la
“Storia del West” di Gino D’Antonio, ero un po’ la “bestia nera” della Casa
editrice, perché amavo caratterizzare le vignette con dei neri molto
presenti, quasi fotografici.
Dal West alla Seconda Guerra Mondiale,
vale a dire due periodi storici che si sono tradotti spesso in grande cinema
e in sinonimo di epica avventurosa: qual è la dimensione dell’Avventura che
le risulta più congeniale da rendere sulla carta o che predilige?
Non c’è dubbio alcuno che il primo e indimenticato amore sia il western.
Nonostante adesso sia un po’ relegato nell’angolo, soprattutto al cinema,
resta per me l’Avventura con la “A” maiuscola. Sono nato con il western, ho
visto a sei anni “Ombre Rosse” e ho continuato a vederlo sempre, almeno una
volta all’anno, al punto che conosco ormai tutti i dialoghi a memoria. Anche
l’epopea bellica non mi dispiace, dal punto di vista cinematografico,
s’intende. Tuttavia, pesa su di essa il ricordo del tempo in cui lavoravo
per la Fleetway. In quei fumetti si banalizzava e ridicolizzava la figura
del nemico, i tedeschi, rappresentati sempre, quasi con eccessi
propagandistici, come degli stupidi integrali. Il risultato era che le trame
perdevano di mordente e drammaticità; se l’avversario è un cretino, anche
l’eroe perde un po’ di smalto. Inoltre, il ricorso a trovate narrative
assurde, e talvolta involontariamente umoristiche, nonché questa
falsificazione di fatto del valore e della ferocia delle truppe germaniche,
sbilanciavano spesso il peso della narrazione verso la farsa, a scapito
dell’epica: il che, per una serie a sfondo bellico, non è un difetto da
poco!
Un’ultima
domanda: le sue fonti di ispirazione e di formazione. Libri, film, fumetti
che porterebbe con sé sulla proverbiale isola deserta…
Senz’altro i film di John Ford. Per quanto riguarda i libri, come testi
utili alla documentazione, la mia fonte di ispirazione, quasi indipendente
da quello di cui, di volta in volta, mi occupo è rappresentata da un vecchio
libro con illustrazioni di Nick Eggenhofer, celebre disegnatore western, che
mi ha regalato l’amico Antonio Canale; più che un manuale tecnico è come un
vecchio compagno di strada. Per la narrativa, senza alcun dubbio porterei
con me “Canaglia in armi”, di Kenneth Roberts, un vigoroso concentrato,
almeno per me, dei temi più classici dell’Avventura.
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