IL RITORNO DI ASTEROIDE ARGO
 
 
 


















Il terzo albo di Asteroide Argo è uscito nell'ormai lontano luglio del 2006 e il 28 gennaio, più di quattro anni dopo, arriva in edicola il quarto volume della collana. Dopo l'esordio su Agenzia Alfa n.2 (datato maggio 1998), i naufraghi dello spazio hanno continuato a raccontare i loro straordinari viaggi interplanetari a bordo del corpo roccioso B 612 tra le pagine del quinto Agenzia Alfa e di tre ulteriori albi speciali. Quelle proposte in queste uscite sono avventure fantascientifiche piuttosto diverse da quelle presentate mensilmente ai lettori di Nathan Never. Hanno un respiro più ampio (160 pagine) e un gusto Sci-Fi più classico, legate, come sono, all'affascinante tema dell'esplorazione spaziale e della scoperta dell'ignoto. Un tema sul quale si sofferma Bepi Vigna, tessitore delle storie dei nostri eroi, nell'introduzione del quarto volume della collana, intitolato "Un nuovo inizio". A partire da questo numero, Asteroide Argo rinnoverà regolarmente l'appuntamento con l'edicola e i lettori con cadenza annuale. I disegni del numero quattro, di cui trovate qualche tavola in anteprima in questa stessa pagina, sono opera di Andrea Bormida e Silvia Corbetta.

 
L’avventura non finisce mai

Che cos’è quella che chiamiamo generalmente “avventura”? Definirla con precisione non è facile, perché in realtà l’avventura non è un vero e proprio genere narrativo, quanto piuttosto un concetto che allude alle qualità di una storia. Questo fa sì che possa associarsi ad altri generi più facilmente definibili: parliamo, infatti, di avventura “fantascientifica”, o “poliziesca”, o “western”.
Se vogliamo capire che cos’è che fa diventare una storia “avventurosa”, dobbiamo puntare innanzitutto l’attenzione sul rapporto tra due componenti fondamentali del racconto: l’ambiente e i personaggi. Nelle storie avventurose, infatti, c’è sempre uno stretto rapporto tra l’ambiente e i personaggi, nel senso che l’uno determina e condiziona il modo di agire e di pensare dei secondi.
Ma tutto ciò non basta. Devono essere presenti anche degli ulteriori elementi, rappresentati da accadimenti straordinari che modificano quelle che sarebbero le circostanze ordinarie della storia. Prendiamo, per esempio, il Robinson Crusoe di Daniel Defoe: il fatto di trovarsi su un’isola deserta condiziona certamente l’agire del protagonista; gli avvenimenti eccezionali che modificano le circostanze ordinarie della storia, nel suo caso, sono rappresentati dal naufragio della nave su cui era imbarcato, dall’incontro con il selvaggio Venerdì e dall’arrivo sull’isola di un gruppo di pirati.
Consideriamo un classico film western come Ombre rosse, del grande John Ford: il periglioso viaggio di un gruppo di persone a bordo di una diligenza, attraverso gli sconfinati scenari dell’Ovest americano, diventa realmente avventura quando questo viene attaccato dai pellerossa. Quell’avvenimento eccezionale permette di far venire in luce i caratteri, i sentimenti, le debolezze e le virtù dei personaggi, proiettandoli in una dimensione quasi mitica e rivestendo il loro agire di significati profondi.
Sì, perché lo schema del racconto avventuroso può contenere un’infinità di temi differenti. Che cos’è Moby Dick? È forse la storia del capitano Achab che insegue senza sosta una balena bianca? Oppure è il racconto dell’ossessione di Achab? La balena, se da un lato rappresenta l’elemento straordinario in un’ordinaria storia di cacciatori di cetacei, finisce anche per diventare la metafora di tutte le ossessioni e le paure dell’uomo, il simbolo dell’irrazionale contro cui ognuno di noi finisce fatalmente per scontrarsi.

Nelle saghe fantascientifiche di ambientazione spaziale, gli elementi connaturati all’avventura sono ingigantiti oltre ogni limite. Lo spazio infinito è già di per sé metafora del confronto dell’uomo con l’ignoto. Se poi questo spazio è popolato di altri mondi, ciascuno con caratteristiche proprie, le storie diventano fatalmente la descrizione del nostro rapporto con il diverso e con il nuovo.
È esattamente questa l’idea che è alla base delle avventure dell’equipaggio dell’Asteroide Argo. Un gruppo di terrestri si trova a confrontarsi con culture e civiltà aliene, misurando costantemente la propria “umanità” (e il proprio punto di vista “umano”) con qualcosa di totalmente differente, affrontando situazioni al limite che spesso portano a mettere in discussione valori e concetti assodati. Il concetto stesso di “alieno” viene completamente ribaltato: è l’uomo a dover essere accettato, costretto a trovare una sua ragion d’essere in uno scenario in cui la sua presenza non era prevista.

La fantascienza ha una sua naturale vocazione metaforica e, pur apparendo la forma narrativa più lontana dalla realtà, finisce per rivelarsi il genere che meglio di ogni altro riesce a interpretare e rappresentare il reale. Tutti i protagonisti di Asteroide Argo, terrestri ed extraterrestri, mettono costantemente in scena una commedia che è profondamente “umana”, dove dominano i sentimenti e le passioni. Se altri generi avventurosi devono fare i conti con limiti spaziali e temporali (il western si deve svolgere nell’Ovest americano alla fine dell’Ottocento, le avventure di cappa e spada devono presupporre che le armi da fuoco non siano ancora diffuse, le storie di mare hanno di solito uno scenario definito), la fantascienza spaziale non ha confini. L’universo è troppo grande e gli eroi delle saghe spaziali possono sempre spingersi là dove nessun uomo è mai giunto prima.
Nello spazio non ci sono frontiere… e l’avventura non finisce mai.

Bepi Vigna