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L’amicizia virile
è, senza dubbio, uno dei temi più sfruttati nel cinema western, classico e
non. La relazione tra una vecchia gloria e il giovanissimo allievo (vedi:
“Il fiume rosso”, “Il pistolero”) e il rapporto amore-odio, che riecheggia
quello tra padre e figlio (come dimostrano le numerose pellicole su Pat
Garrett e Billy the Kid), sono tutte variazioni di questo stereotipo
narrativo. Ma nessuno, a parte un singolo caso, ha mai osato spingersi oltre
le regole, insinuando una tonalità più morbosa nell’amicizia tra rudi uomini
di Frontiera. L’unico caso è il miglior film diretto da Edward Dmytrick,
“Ultima notte a Warlock” (1958), considerato la più plateale descrizione di
un amore omosessuale nel Vecchio West. Al centro della vicenda troviamo una
coppia di azzimati ed elegantissimi pistoleri chiamati a ripulire la città
del titolo, e interpretati da un glaciale Henry Fonda e da Anthony Quinn,
storpio e con un’incredibile capigliatura biondo platino. Il rapporto tra i
due ammazzacattivi, che pian pian diventano padroni di Warlock, si guasta
quando Fonda si innamora di una tranquilla signora per bene (l’attrice
Dolores Michaels), che pensa di riportare l’amato sulla strada della
giustizia. A questo punto, Quinn, sentendo di aver perso per sempre quello
che considerava il suo idolo, esce praticamente di senno e commette una
malvagità dietro l’altra, costringendo l’ex amico a ucciderlo in duello.
Niente lieto fine per il povero Fonda, il quale inscena un funerale vichingo
per il suo vecchio compare (ne brucia il suo cadavere nel loro saloon appena
costruito) e, dopo aver gettato le sue pistole d’oro nella polvere, si
allontana da solo senza voltarsi, lasciando Dolores in lacrime...
Oggi, ne “I segreti di Brokeback Mountain”, il rapporto affettivo (e
sessuale) fra due uomini del West diventa più esplicito, ma non meno
malinconico, sconvolgente e maledetto, destinato com’è, anche stavolta, a
finir male. La trama di questo film, che ha vinto il Leone d’Oro alla
sessantaduesima Mostra del Cinema di Venezia, deriva da un racconto di E.
Annie Proulx, orginariamente pubblicato in Italia da Baldini Castoldi Dalai
con il titolo “Gente del Wyoming”; un racconto di straordinaria forza
drammatica, quasi un “romanzo concentrato”, sebbene raggiunga a malapena le
cinquanta paginette. Ne sono protagonisti due giovani mandriani, Ennis del
Mar (Heath Ledger) e Jack Twist (Jake Gyllenhaal), “entrambi zotici di modi
e di linguaggio, abituati a far vita spartana”, che si conoscono nel 1963,
quando accettano l’incarico di accompagnare un branco di pecore sui pascoli
della Brokeback Mountain. Lassù, isolati dal mondo, persi in una primitiva
solitudine, i due si uniscono in un legame forte e appassionato, che li
accompagnerà per vent’anni, fra matrimoni falliti, silenzi dolorosi,
esistenze infelici, segreti inconfessabili.
Prigionieri di una società dove ci vuole coraggio, troppo coraggio, per dare
un nome a certi sentimenti, Ennis e Jack si perdono, si cercano, si
ritrovano, sinché la morte non giunge a separarli. E, alla fine, di quella
lontana stagione passata sulla Brokeback Mountain resta soltanto
(letteralmente) un pugno di cenere: insomma, “niente di finito, niente di
iniziato, niente di risolto”. Comunque la si pensi, ci si commuove, di
fronte a questo western innegabilmente atipico, ma non furbescamente
provocatorio, ambientato in un mondo che è ancora selvaggio, violento,
bigotto ai tempi della Guerra nel Vietnam così come lo era ai tempi di Pat
Garrett e Billy the Kid.

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