COME IN UN DIPINTO!
   "Una tragedia americana" - Gallery

 



Il 10 gennaio arriva in edicola il quinto albo di Jan Dix, l’Investigatore dell’Arte creato da Carlo Ambrosini che ha fatto il suo esordio nell’appena trascorso 2008. In “Una tragedia americana”, sceneggiata dallo stesso Ambrosini, Dix vive un’avventura in bilico tra presente e passato, dove il passato è rappresentato dagli anni ’30 del secolo scorso, splendidamente e meticolosamente ricreati dalle chine di Emiliano Mammucari. Abbiamo scambiato due chiacchiere con il bravo disegnatore laziale per farci raccontare i segreti di questo racconto e per dare un’occhiata “dietro le quinte” della sua realizzazione, anche attraverso la galleria d’immagini che potete visualizzare seguendo questo link o quello riportato a inizio pagina.

La storia di Gennaio ci porta indietro nel tempo e nello spazio, fino agli Stati Uniti degli anni '30 del secolo scorso. Come hai affrontato l'impresa di far compiere questo viaggio ai lettori di Dix? Come si è svolto il lavoro di preparazione dell'avventura che ti apprestavi a illustrare?

Nella mia storia, Dix è un gangster nella New York degli anni ’30, Un’ambientazione che a fumetti praticamente si traduce con “Torpedo”. Io ammiro moltissimo il lavoro di Jordi Bernet, per cui la mia prima preoccupazione è stata quella di trovare una chiave grafica differente da quella del disegnatore spagnolo. Ho a casa dei grossi libri di due fotografi, Berenice Abbott e Samuel Gottscho, che in quegli anni hanno ritratto New York in lungo e in largo. Mi ha colpito la quantità di dettagli: le loro foto sono campi lunghi, pieni di macchine, scale antincendio, insegne sui muri, portoni, finestre, cisterne sui tetti. Le strade sono un brulichìo di gente affaccendata tra la sporcizia e il fumo. Insomma, mentre la New York di “Torpedo” è asciutta e sintetica, io ho provato a tirare fuori un aspetto, se vogliamo, più “barocco”. La storia di Dix-gangster inizia nel Lower East Side, vicino al ponte di Manhattan (area in cui si svolge il film di Sergio Leone “C’era una volta in America”). Dix sequestra un uomo, attraversa in macchina tutta South Street fino ad arrivare sul ponte di Brooklyn. Mi sono divertito a ricreare “location” che fossero sempre riconoscibili; ho disegnato anche i dintorni di Broadway, e il porto di Ellis Island.


C'è qualcosa che ti affascina particolarmente di quell'epoca?


In genere mi affascinano le ricostruzioni... sarà che sono un tipo curioso, e l’idea di dover disegnare cose che non conosco mi stimola. Con Carlo Ambrosini tutto mi risulta facile, è un uomo preparatissimo e curioso quanto me. Anche i due albi di Napoleone che ho illustrato, sempre scritti da lui, mi avevano richiesto una grossa mole di documentazione: il primo (numero 48) era ambientato nella Francia del 1916, il secondo (numero 54) richiamava l’epopea folle e sanguinaria della Mille Miglia. Ma con questo Jan Dix numero 5 non c’è paragone. Ho lavorato col tavolo da disegno letteralmente coperto da foto di cappotti, cappelli, vestiti, fucili Thompson, macchine, fotogrammi di film, tutte relative agli Stati Uniti degli anni ’30. Da un lato spero di non dover fare più un lavoro così faticoso, devo però ammettere che come disegnatore mi ha senz’altro permesso di crescere.


 


Oltre all'ambientazione, un'altra componente importante del racconto scritto da Ambrosini è l'opera del pittore Edward Hopper. Sei, in qualche modo, dovuto entrare nei suoi quadri, per trasmettere ai lettori la giusta atmosfera? Quanto è stata difficile questa operazione?

Questa forse è stata la parte più delicata del lavoro… Volevo fortemente lavorare su di un’ambientazione simile, da quando Dix era ancora in fase embrionale… pensavo non mi sarebbe più capitata un’altra occasione di realizzare graficamente un racconto del genere. Ne abbiamo parlato e Carlo è stato d’accordo.


Hopper è uno dei pittori che mi emoziona di più… mi rendo conto che le sue atmosfere rarefatte cozzano un po’ con il discorso che ho fatto poco fa riguardo l’ambientazione “barocca”. Però credo che Hopper racconti fondamentalmente un vuoto, silenzi assordanti, solitudine… Una città enorme, piena di persone tragicamente sole. Ecco, “Una tragedia americana” parla proprio di persone sole. Spero di essere riuscito a rendere col disegno questa loro condizione.

E ora, dopo questo "tour de force", a cosa stai lavorando?

Sto lavorando a una storia su testi di Michele Medda, ma è un progetto top secret e, per il momento, non posso dire ancora nulla...