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Da un bel po’ di anni (ormai sedici, per l’esattezza), l’estate texiana vede l’arrivo in edicola di un albo di grande formato davvero speciale, sotto parecchi punti di vista. Nata per ospitare disegnatori illustri occasionalmente “in visita” nel mondo di Aquila della Notte, la collana ha visto sfilare nomi di livello internazionale (gli spagnoli Josè Ortiz, Victor De La Fuente, Jordi Bernet e Alfonso Font, il neozelandese Colin Wilson, il nord-americano Joe Kubert, il croato Goran Parlov), accanto ai più apprezzati autori di casa nostra, tutti impegnati a interpretare graficamente, ciascuno a suo modo, l’universo narrativo del popolarissimo Ranger. Oggi, l’onore (e l’onere) di illustrare le 224 pagine di un “Texone”, come viene da sempre affettuosamente chiamato, tocca a Roberto De Angelis, un cartoonist di origine napoletana, ma salernitano d’adozione, già ben noto a quanti seguono la serie fantascientifica di Nathan Never.
In “Ombre nella notte”, Roberto ha messo il suo segno dinamico ed evocativo al servizio di una storia, opera di Claudio Nizzi, piena di elementi soprannaturali e inquietanti, perfettamente in sintonia con quello che i critici amano definire “l’altro Tex”. Insomma, lo Spirito del Male che si aggira nei dintorni della Mesa de Los Pimas quando la luna è alta nel cielo, in cerca di vittime, è in qualche modo imparentato con personaggi amatissimi dai lettori, quali il Diablero, la mummia egizia del sacerdote Rakos, i puma giganti del folle Vindex, il Sasquatch, i dinosauri nascosti nelle Terre dell’Abisso…
Dal nuovo Texone vi offriamo qui un estratto dall’intervista a Roberto De Angelis, curata da Gianmaria Contro, e dall’articolo di Graziano Frediani, che lo accompagnano.
Per cominciare, una domanda d’obbligo: la sua passione per il disegno viene da lontano?
Da lontano, ma non da lontanissimo… Ho cominciato ad avvicinarmi a questo mestiere piuttosto tardi, intorno ai vent’anni. Non so quale molla invisibile sia scattata dentro di me, forse tutto l’insieme degli stimoli e delle sollecitazioni della fantasia raccolti strada facendo ha fatto all’improvviso “massa critica”. So soltanto che mi sono ritrovato su questo sentiero e ho deciso di seguirlo per vedere dove portasse. Così, ho cominciato quel lungo percorso di formazione che ogni aspirante disegnatore deve imporsi: giorni e notti insonni chiuso in casa, alla ricerca del tratto giusto, della tecnica grafica necessaria per portarmi al risultato che avevo in testa.
Quindi, non ha seguito scuole specializzate?
No, sono un autodidatta e un “anti-accademico” per vocazione. Certo, raccogliere l’esperienza altrui è importantissimo, ma credo che, alla fine, ciò che conta veramente sia la strada che uno fa con le proprie gambe, elaborando incessantemente ciò che ha imparato. Ancora oggi, non posso dire di avere un vero e proprio “metodo” di lavoro; ogni volta che mi siedo al tavolo da disegno, devo reinventare e ritrovare un percorso dentro la storia che sto raccontando… Questo mi aiuta a non stare mai troppo fermo su me stesso e a rinnovare sempre la vecchia passione.

Quali disegnatori e illustratori hanno maggiormente influenzato il suo stile grafico?
Mi dispiace doverli citare soltanto in un rapido elenco, che non rende giustizia alle particolarità di ognuno… Direi, senza dubbio, Paolo Eleuteri Serpieri, con la sensualità e la morbidezza dei suoi tratti, poi Enki Bilal, straordinariamente immaginifico, come, del resto, Juan Gimenez, e infine José Muñoz, che considero un vero e proprio “maestro spirituale”.

Da molto tempo, si occupa quasi esclusivamente di Nathan Never. Qual è il rapporto che instaura con i suoi personaggi? È soltanto professionale o riesce ancora ad appassionarsi e affezionarsi alle loro vicende?
Nel bene e nel male, il mio rapporto con i personaggi rimane sempre passionale: non potrei rappresentare cose che non sento. Nel bene, perché questo approccio mi aiuta a tenere “vivo” il loro agire, mi sprona a cercare nuove soluzioni, a dare maggiore dinamismo alle loro avventure, battaglie, vittorie e sconfitte. Nel male, perché se non condivido un certo sviluppo narrativo o se il ritmo non mi soddisfa, ho sempre l’impressione che anche la qualità del mio lavoro ne risenta.
Lei si è confrontato con molti generi narrativi (erotico, fantasy, horror, comico), ma, come abbiamo visto, la fantascienza sembra essere la sua vera passione… Dunque, come ha affrontato il western di Tex?
Incontrare il capostipite di Casa Bonelli è stato emozionante, quel tipo di esperienza che mescola perfettamente entusiasmo e paura. All’inizio, ero molto preoccupato: mi chiedevo se sarei mai riuscito a entrare in sintonia con gli spazi e gli scenari dell’epopea western di cui Aquila della Notte è il naturale rappresentante. Così, mi sono messo a guardare film western, come se cercassi di calarmi in atmosfere e luoghi che avevo frequentato in modo superficiale, semplicemente “assimilandoli” al momento. Poi, ho capito che l’unico modo era quello di lasciarsi andare, affrontare il personaggio di slancio, senza pensarci troppo. E Tex mi è venuto incontro!
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