LAURA ZUCCHERI: UNA RAGAZZA NEL FAR WEST
 

 




Nata a Budrio, in provincia di Bologna, il 4 ottobre 1971, Laura Zuccheri lavora fino al 1992 per agenzie di pubblicità, sinché, nel novembre di quello stesso anno, l’incontro con Giancarlo Berardi e Ivo Milazzo le offre l’opportunità di cimentarsi professionalmente con il fumetto. Comincia a collaborare con “Ken Parker Magazine”, impegno che la occuperà fino al 1995. Nel 1996, disegna con Pasquale Frisenda “Hardware”, una storia scritta da Maurizio Mantero per Zona X, quindi, nel 1997, inizia a lavorare per Julia. Rivolgiamo a Laura Zuccheri qualche domanda in occasione della pubblicazione di una complessa indagine che Julia svolge nell’assolato Texas, negli albi di giugno e luglio, illustrata proprio dalla nostra giovane e talentuosa disegnatrice.


Il mito del West č fondamentalmente declinato al maschile, tanto dal punto di vista della sua interpretazione letteraria, cinematografica e fumettistica, quanto da quello degli autori e dei protagonisti (storici e non) che ne hanno perpetuato la leggenda, per non parlare dei valori che il western tradizionalmente incarna. Quale rapporto ha, invece, Laura Zuccheri con l’epopea del West, frequentata professionalmente fin dai tempi di “Ken Parker Magazine”?

Il mio legame con il western nasce nell’infanzia, soprattutto in relazione all’amore per i cavalli e per un modo di vivere più naturale e “libero” di quanto non sia possibile in un ambiente urbano. Poi, c’è anche il fatto che mia zia mi portava sempre nell’unica sala cinematografica di Budrio a vedere i classici del genere. Si può dire che Gary Cooper, John Wayne e James Stewart, tanto per citarne alcuni, siano stati i miei compagni di gioco abituali. Naturalmente, c’era anche la televisione: i miei preferiti erano “Furia, cavallo del West” e la serie “Bonanza”. Al fumetto western, invece, mi sono accostata grazie a mio padre, appassionato lettore di Tex. Più avanti, già con un’attenzione più critica e consapevole, ho incontrato “Blueberry”. La serie di Giraud & Charlier mi ha colpito da subito per l’estrema accuratezza dei dettagli e dell’ambientazione; una cura così rigorosa nel riprodurre ogni variazione di luce, di terreno, di particolari architettonici, da darti quasi l’impressione che quelle tavole si potessero animare da un momento all’altro. Sembrava di poter respirare persino gli odori di quel mondo.

Questo per quanto riguarda la sua esperienza di lettrice. Ma quando, e come, Laura Zuccheri passa dall’altra parte della pagina?

Il mio Virgilio (ma non voglio dire che questo lavoro sia un Inferno, tutt’altro!) è stato Vittorio Giardino, bolognese, che ha visto i miei primi lavori e mi ha indirizzata subito a Giancarlo Berardi e Ivo Milazzo, che cercavano disegnatori per il loro “Ken Parker Magazine”. Li ho incontrati a Lucca Comics, nel 1992, e mi hanno ingaggiata subito. Da quel momento, è iniziato un periodo di formazione specificamente rivolto alle tecniche espressive del fumetto (io avevo un’esperienza di grafica pubblicitaria, ma raccontare una storia con le immagini è tutt’altro affare). Sono stata “a bottega” da Milazzo, a Genova, fino al 1996, rubandogli i segreti del mestiere giorno per giorno, ma ho appreso moltissimo anche da Berardi, soprattutto per quel che riguarda la compiutezza dell’impostazione narrativa di una sequenza o di una tavola.

                     

Ci sono altre rappresentazioni dell’epos, oltre al western, che le risultano altrettanto suggestive?

Direi che mi affascina la fantascienza, anche se è una preferenza che contrasta con quella nostalgia per il passato e per un mondo più incontaminato che mi ha fatto avvicinare al western. Il fatto è che mi stimola molto l’idea di elaborare graficamente nuove forme, oggetti, funzioni, a partire da quelli in uso nei secoli precedenti. La fantascienza che preferisco, infatti, è quella che costruisce il suo mondo non come un’astrazione futuristica, ma come una proiezione, magari non del tutto lineare, di quanto è avvenuto prima. Insomma, una specie di dilatazione del tempo in uno sforzo di immaginazione proiettato nel futuro, ma ancorato saldamente al passato. In fondo, anche qui si tratta di confrontarsi con il tema della Frontiera, anche se concettuale e non geografica, come nel western. Ma il senso della sfida mi sembra, in sostanza, identico.

Quali sono, a suo giudizio, le principali differenze tra il western classico e la stagione, alterna per risultati e ispirazioni, del western all’italiana? E a quale dei due modelli va la sua preferenza?

Intanto, dico che mi piacciono molto entrambi. L’impronta del western di Hollywood degli anni Quaranta e Cinquanta, a mio giudizio, consiste in una certa linearità nel definire, anche sotto il profilo estetico, le caratteristiche psicologiche dei personaggi e il loro ruolo nella storia. Poi, c’è quasi sempre un certo tono di glorificazione dei valori americani, il senso di un progresso collettivo (ma della collettività anglosassone) inarrestabile perché intrinsecamente giusto e benedetto da Dio, che oggi risulta più difficile da accettare. Però, c’è da dire che il western statunitense di quegli anni ha prodotto anche dei film più critici, più sfumati nel definire ragioni e torti e, in definitiva, più pessimisti e attenti a cogliere le contraddizioni presenti in quella grande nazione. Il western all’italiana, soprattutto quello del maestro Sergio Leone, mi sembra più “sporco”, polveroso, disperato e realistico, anche se di un realismo che si concede spesso delle esasperazioni espressive che danno vita a personaggi assolutamente sopra le righe. Come disegnatrice, preferisco il western classico, mi sembra più adatto a una trasposizione fumettistica. Come spettatrice, scelgo un cinema western più moderno: meno certezze, più ambiguità, più realismo e più disincanto.

                     

Lasciando da parte i testi tecnici, quali letture hanno maggiormente influenzato la sua vena espressiva? E nel cinema, a quali film riconosce di dovere qualcosa, in termini di formazione oltre che culturale anche di arricchimento della sua sensibilità artistica?

Allora, partiamo dal cinema. Per restare al western, trovo straordinario “I professionisti” (Richard Brooks, Usa 1966, n. d. r.) e, l’ho già detto, i film di Sergio Leone. Poi, “Anatomia di un omicidio”, di Otto Preminger, e, in genere, tutta la filmografia in bianco e nero degli anni Quaranta e Cinquanta, anche per ragioni legate alla mia professione. Nel cinema italiano, a parte Leone, già citato, direi Pietro Germi e qualcosa del mio conterraneo Federico Fellini, soprattutto “Otto e mezzo”. Per la letteratura, John Fante, Thomas Bernhardt e Isaac Asimov.

Per finire: gli autori (o i personaggi) del fumetto con cui sente di avere maggiori affinità.

Tra gli autori di fumetto, sicuramente il primo posto va ad Alex Toth. Per l’illustrazione, Robert Fawcett e la generazione dei Wyeth. Anche con la pittura ho un debito di formazione, soprattutto con i russi di fine Ottocento (Valentin Serov e Ivan Shishkin), con Robert Mc Ginnis, Maxfield Parrish e Carl Larson, tutti collocabili tra fine Ottocento e primo Novecento. Tra i protagonisti del fumetto, sicuramente Tex, ma anche i “Peanuts”, Mafalda e la banda dei topi e dei paperi disneyani. Oltre a tanto Jacovitti!