I SOGNI DI FELLINI

Per nostra fortuna, molte delle creature (soprattutto femminili) sognate da Federico Fellini, le abbiamo viste incarnate, alla lettera, nei suoi film. Ma ce ne sono tante altre, di queste “Creature di Sogno”, che hanno semplicemente accompagnato la realizzazione di una scena, lo sboccio di un’idea, l’improvviso manifestarsi di una suggestione troppo rapida per essere inquadrata dalla coscienza. Ed ecco che, quasi a voler costringere i capricci dell’immaginazione a tradursi in qualcosa di più tangibile, Fellini scarabocchiava le sue giunoniche rappresentazioni dell’eterno femminino instancabilmente, con mano singolarmente espressiva per un dilettante del disegno come lui. Da questa produzione parallela, spesso sviluppata in amichevole competizione con Milo Manara, è nata una mostra, quindi un catalogo, curato da Vincenzo Mollica e pubblicato dalle Edizioni Hazard. Ma non rivivono in queste pagine soltanto le lussuriose profferte amorose della Gradisca o della Tabaccaia. A ridefinire, per scampoli e tracce disomogenee, il mondo di Fellini contribuiscono ritratti di altri celebri protagonisti dello spettacolo (Josephine Baker, maliziosamente raffigurata senza il leggendario casco di banane, Vittorio De Sica, Totò…), oppure quelli di ambienti magici ed evocativi di una certa estetica “maudit”, come il caffè dei bassifondi parigini, con la sua accolita di umanità marginale, o ancora la rappresentazione del bizzarro aeroporto, e dell’ancor più bizzarro Viaggiatore Orientale, che sostanziano un sogno rivelato dallo stesso Fellini, in prima persona, a un ipotetico analista. Integrano il volume alcuni omaggi di Milo Manara all’arte del regista. Il disegnatore, come ricorda Mollica nella sua introduzione, ha condiviso (insieme al giornalista) una felice e lunga amicizia con il Maestro di Rimini. Un’amicizia che Manara ricorda così: “Qualche volta, Fellini si divertiva a smettere di essere un cineasta e tornava a essere un disegnatore, come quando aveva vent’anni. Così, come due colleghi, ce ne andavamo a spasso per Roma e, nei ristoranti, disegnavamo sui tovaglioli. Poi lui regalava i miei disegni alle belle cameriere, mentre io mi ficcavo in tasca i suoi, quando lui non vedeva. Una notte mi fece scoprire quanto fosse terribile, al buio, la facciata di San Giovanni in Laterano. Molto più spesso, comunque, parlavamo di cose allegre. Se voleva, sapeva farti veramente ridere. Ridere fino alle lacrime. Come, ad esempio, quella volta che… No, certe cose bisogna saperle raccontare”.