I CINQUANTA ANNI DI ZAGOR di Moreno Burattini

 
 
  
  

  
 

  
 

  
 
 


 
 
Zagor compie cinquant’anni ed è il caso di dire che non li dimostra. Non soltanto perché lui, Patrick Wilding (questo il vero nome del personaggio), come quasi tutti gli eroi dei fumetti, non invecchia ed è sempre agile e prestante come ai tempi della prima avventura: c’è di più. Lo Spirito con la Scure non è un “reduce” dal passato glorioso ma dal presente stentato. Al contrario, la serie continua regolarmente a inanellare nuovi episodi con un riscontro di pubblico tuttora importante, non solo in Italia, ma anche in vari paesi del mondo. Zagor arriva all’invidiabile traguardo (che in realtà è soltanto una tappa intermedia in un percorso che prosegue) in forma smagliante soprattutto grazie all'entusiasmo dei suoi lettori. Lo stesso entusiasmo che noi autori riscontriamo anche all’estero. Che si vada in Turchia, in Serbia, in Croazia o in Brasile, ci sono sempre “abitanti di Darkwood”, gli zagoriani di tutto il mondo, pronti a far festa con noi.

Ci si potrebbe chiedere il perché, visto che, apparentemente, lo Spirito con la Scure sembra un eroe d’altri tempi: veste in costume come l'Uomo Mascherato, vola di ramo in ramo come Tarzan, ha sul petto un simbolo vistoso come Superman, difende gli oppressi come Zorro, e vive in un mondo incantato come Conan. Però, queste caratteristiche che sembrano datarlo, gli conferiscono invece un'aura di atemporalità, lo collocano nel limbo dei miti sempre attuali, lo fanno diventare un simbolo vivente dell'avventura, un archetipo della positività. Ma c’è, probabilmente, qualcosa ancora di più. Quando Robert Louis Stevenson, nel 1883, pubblicò la sua opera più famosa, “L’Isola del Tesoro”, volle premettere un breve testo dedicato, come lui scrisse, “agli acquirenti esitanti”. Queste le sue parole: “Se le storie che i marinai cantano nelle loro canzoni, se le tempeste e le avventure, il caldo e il freddo, i vascelli, le isole e i naufraghi, i pirati e i tesori sepolti e tutti i vecchi racconti raccontati di nuovo alla vecchia maniera possono piacere ai meno ingenui giovani di oggi come piacevano a me, allora lasciatevi andare e ascoltate”.  Non esistono ragazzi abbastanza "scafati" da non subire il fascino di un’isola misteriosa e di una caccia al tesoro. E sarebbe triste se esistessero degli adulti il cui cuore si fosse inaridito a tal punto da non emozionarsi davanti al mare e alle avventure che le onde promettono facendo pensare a chi o che cosa è in attesa dall’altra parte.

Del resto, il tesoro nascosto è la metafora del sogno, della speranza oppure dell’illusione che muove ogni viaggio e che dà uno scopo alla vita.  Il personaggio di Digging Bill, uno dei comprimari della serie, incarna perfettamente la figura del sognatore a caccia di un qualcosa che forse non raggiungerà mai, ma la cui ricerca riempie e anima l’esistenza. Si potrebbe dire che ognuno ha un tesoro dentro di sé, ed è nell’isola del proprio cuore che è chiamato a scavare per tirar fuori le ricchezze che vi sono nascoste. Ed è appunto perché l’oro nascosto e gli sforzi fatti per trovarlo sono una così affascinante metafora che, sia prima che dopo Stevenson, ci sono tanti tesori sepolti nei miti, nei libri, nei fumetti e nei film. Quando il romanzo di Stevenson venne pubblicato per la prima volta, fu criticato da  Henry James, che ne ammise il meccanismo perfetto, ma disse di non sentirne il fascino, forse perché da bambino non aveva mai cercato un tesoro. Stevenson scrisse allora queste righe in risposta: "Non è mai esistito un bambino (fatta eccezione per il signor James) che non abbia cercato oro, non sia stato pirata o capitano di soldati o bandito di montagna; che non abbia mai fatto battaglie, non sia naufragato e non sia stato fatto prigioniero, e non abbia bagnato di sangue le sue piccole mani, o che bravamente non si sia ritirato da una battaglia perduta e che infine, con manifesto orgoglio, non abbia protetto l'innocenza e la bellezza".

Ecco, questa continua caccia data a un sogno, a un’avventura, a un’evasione da una realtà che non ci somiglia verso un’altra che ci possiamo costruire su misura è alla base del successo cinquantennale dello Spirito con la Scure. Fin dall’inizio, Zagor è stato pensato dal suo creatore letterario, Guido Nolitta (alias Sergio Bonelli), come un personaggio in grado di attraversare da protagonista tutti i generi e di lasciarsi contaminare dalle suggestioni più diverse. La foresta di Darkwood è stata la geniale invenzione che ha permesso allo sceneggiatore di rendere credibile l’abbattimento di ogni barriera fra l’avventura e l’horror, tra il giallo e la fantascienza, fra il fantasy e l’umorismo. Gallieno Ferri, il creatore grafico, ha saputo assecondare lo sceneggiatore su qualunque terreno lui abbia voluto condurlo, compreso il palcoscenico, sempre difficile da calcare, dell’umorismo. Infatti, nonostante le avventure di Zagor siano piene di azione, di dramma e di emozioni, la presenza di un comprimario come Cico serve a smorzare i toni della narrazione quando corrono il rischio di farsi troppo epici. Gli autori che, negli anni, hanno seguito la loro scia, si sono trovati la strada aperta per mantenere il personaggio al passo con i tempi, semplicemente continuando a lasciare che le sue storie interagissero con le nuove suggestioni della fiction.

Non c’è comunque soltanto la fantasia, alla base delle storie zagoriane. Fin dagli anni in cui a scrivere le storie era Nolitta, non è mai mancato quel che possiamo senza esitazione definire “engagement”, o impegno nella comunicazione di messaggi importanti, quali la necessità di indignarsi per il mancato rispetto dei diritti umani o l’amore verso la natura, l’invito alla coesistenza fra culture diverse e la lotta per la giustizia. E accanto a personaggi, amici e nemici, del tutto immaginari (o mutuati da ispirazioni letterarie o cinematografiche), eccone altri attinti dai libri di Storia, sia grazie a riconoscibilissime controfigure (come nel caso del capo seminoles Osceola, divenuto Manetola nella saga dell’eroe di Darkwood) o tolti di peso dalle cronache ottocentesche, come Alexis de Tocqueville, il cherokee Sequoya o il presidente Jackson. Tra gli sceneggiatori che si sono succeduti ai testi dopo l’era nolittiana ci sono stati anche Alfredo Castelli, il “papà” di Martin Mystére (il cui stile di scrittura è perfettamente riconoscibile all’interno della saga dello Spirito con la Scure) e Tiziano Sclavi, l’ideatore di Dylan Dog (è a lui che dobbiamo alcune delle avventure dello Spirito con la Scure più smaccatamente horror e fantastiche). Prima e dopo di loro si sono alternati molti altri autori che hanno avuto il difficile compito di proseguire l’opera del creatore della serie, tutti alla ricerca della chiave d’accesso alla "nolittianità".

Il personaggio di oggi non è più quello di quaranta, trenta, venti, dieci anni fa ed è inevitabile, dato che i tempi cambiano e noi con essi, come diceva Fouché.  Ciò non significa che lo Zagor di oggi non sia più Zagor. Per fare un esempio, neppure l'Uomo Ragno dei giorni nostri è più quello di Stan Lee e di John Romita Senior, che a sua volta non era già più quello di Steve Ditko. Il linguaggio dei media si evolve sempre più in fretta, ma il Re di Darkwood è comunque riuscito a tenersi al passo con i tempi senza snaturarsi, anzi, restando fedele a se stesso e allo spirito dei suoi creatori. Da questo punto di vista, anziché evidenziare quanto Zagor sia cambiato, dovremmo tutti meravigliarci di quanto sia cambiato poco, in così tanti anni che così tante rivoluzioni hanno visto succedersi nel mondo della comunicazione. Buon cinquantesimo compleanno, Spirito con la Scure!