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Alla
sua terza prova con il Ranger, Gianfranco Manfredi confeziona le 224
pagine di avventura contenute nel venticinquesimo Texone, in edicola
dal 21 giugno. Illustrate da un ospite d'eccezione, l'argentino Carlos
Gomez! Il tratto vigoroso del disegnatore, che ha accompagnato per anni
le storie di "Dago", presenta al lettore un Tex particolarmente
dinamico e grintoso, adatto al racconto intessuto dallo sceneggiatore
che per anni ha orchestrato le avventure di Magico Vento. Abbiamo
approfittato di una visita in redazione da parte dello stesso Manfredi
per porgli qualche domanda sul contenuto e la lavorazione di "Verso
l'Oregon" e per regalarvi qualche anticipazione di ciò che
troverete in edicola.
Dopo un maxi e una storia doppia
apparsa sul mensile, questo è il tuo terzo approccio a Tex.
Com'è maturato il tuo rapporto con il personaggio, nell'arco
di queste tre avventure?
Il mio rapporto con Tex, più o meno, è sempre
quello: non ho mai voluto, fin dal principio, dare delle svolte
interpretative, né ho mai preteso (perché lo
giudico un approccio sbagliato) di adattarlo alle mie corde. Il primo
compito di uno sceneggiatore è rispettare il personaggio
nelle sue caratteristiche. Certo, con un personaggio che ha superato i
sessant'anni di vita, si hanno anche a disposizione una serie di
varianti. Ho cercato dunque di dimenticare la sua età
(perché ormai si può dire che Tex è
eterno) e di conferire maggiore energia e azione alle storie. Con
azione non intendo sparatorie prolungate ed essenzialmente statiche, ma
azione in movimento, basata cioè su elementi dinamici.
Questa scelta non è possibile in ogni occasione, dipende
moltissimo dalla qualità dei disegnatori. Dunque, il mio
problema non ritengo sia il rapporto con Tex, ma la sintonia con i
disegnatori. Nel caso di Gomez è stata sorprendente, anche
per me. Nel caso di Ticci, mi portavo dentro il desiderio di scrivere
una storia per lui da moltissimo tempo (la vedrete pubblicata negli
albi mensili, in edicola a luglio e agosto, NdR), perché tra
i disegnatori del Ranger ritengo sia quello che ha saputo negli anni
mettere meglio in luce gli elementi dinamici del racconto.
Dopodiché, il giudizio sarà ovviamente dei
lettori.

Quando hai iniziato
a scrivere "Verso l'Oregon", sapevi già che sarebbe stato
disegnato da Gomez? Com'è stato il tuo rapporto con il
disegnatore argentino?
Sì, sapevo che avrei scritto per lui ed è stato
così anche nel caso di Ticci. La differenza era che l'autore
senese lo conoscevo già, Gomez invece debuttava come
disegnatore di Tex e dunque dovevo imparare a conoscerlo. Mi sono
bastate le prime tavole realizzate da lui per capire che avevamo
un'intesa spontanea e così è iniziata una specie
di gara: gli scrivevo situazioni molto spettacolari e difficilissime da
rappresentare, e lui ogni volta non solo non si tirava indietro, ma le
rendeva al massimo, migliorandole ben al di là delle mie
indicazioni. Insomma, credo che siamo riusciti a stimolarci a vicenda,
dunque è un'esperienza di cui sono molto
soddisfatto.
Sfogliando le
pagine dell'albo, spiccano le ambientazioni (la pista verso l'Oregon e
la città di Oregon City), ma anche i tanti personaggi che
giocano un ruolo importante nella vicenda. Senza anticipare troppo,
parlaci degli elementi che compongono il tuo racconto.
Due cose molto importanti nel mio modo di sceneggiare sono: la cura
estrema degli ambienti (che mi vado a scegliere uno per uno e
documento, in genere con foto dei luoghi, per poi scrivere sulla base
delle "location") e l'attenzione prestata ai personaggi di contorno,
tutti molto caratterizzati. Per esempio, in questa storia, Tex e Carson
scortano una carovana di donne, ed era importantissimo che queste donne
avessero ciascuna una propria personalità e soprattutto che
non apparissero come delle bamboline portate a spasso. Se fossero state
disegnate tutte uguali o in modo standardizzato, la storia sarebbe
franata. Gomez ha fatto un lavoro stupendo: in questo non
c'è documentazione che regga, perché i personaggi
vanno inventati graficamente, sulla base delle loro caratteristiche
psicologiche, non si può ricorrere alla solita banca di
facce di attori, altrimenti si rischia di ridurre la storia a un museo
delle cere. Ultimo elemento che mi sembra interessante di questa storia
è il personaggio del cattivo, che è un giovane
psicopatico, pericoloso perché insicuro, fragile,
spaventato, e per certi versi fa persino pena. Una sfida
particolarmente difficile per Tex, in quanto a un eroe come lui risulta
più semplice e sbrigativo affrontare dei cattivi classici,
cioè autentiche carogne senza sfumature. Però non
credo di aver deviato molto dal percorso, perché molti
cattivi ideati da Gianluigi Bonelli avevano caratteristiche tragiche,
psicologie inquiete e destini terribili fin dalla nascita. Io penso che
il cattivo non debba essere troppo "comodo" per l'eroe. È
del resto un tema classico del cinema western che il Giustiziere spesso
si trovi di fronte a un malvagio che tale resta, ma che è
anche un vero "desperado", cioè, alla lettera, un disperato
allo sbando.

Quali
sono state,
in questa occasione, le tue principali fonti d'ispirazione, sia
storiche che letterarie?
Quando scrivo Tex, la mia fonte principale
è Tex stesso. Al
massimo, per superare i momenti di stanchezza, mi rinfresco rivedendo
qualche film con John Wayne. La Storia Americana l'ho usata molto come
stimolo, nella mia serie Magico Vento, ma in Tex va usata molto
più lievemente perché il Ranger non vive nella
Storia, ma nel Mito. La letteratura, poi, non c'entra niente, anche
perché il grande romanzo western degli Zane Grey e di Louis
L'Amour non esiste più e scrittori di western più
moderni come Leonard o McCarthy non vanno bene per Tex
perché sono troppo "feroci" e non prevedono la presenza di
Eroi classici sempre al centro della scena.

E ora? I lettori di
Tex ti rivedranno presto alle prese con Aquila della Notte?
A parte i già citati albi in uscita questa estate, non lo
so, in quanto al momento sono impegnato a finire la mia nuova serie
"cinese" Shanghai Devil. Qualche spunto narrativo per Tex ce l'ho, ma
come ho detto dipenderà anche (e molto) dai disegnatori
liberi. Se scrivo una storia mia, cioè ideata da me, a
partire dal protagonista, posso anche adattarmi nell'ambito di una
serie a collaborare con qualche disegnatore con cui non ho un'intesa
perfetta, perché tanto conta l'insieme e il percorso
narrativo globale. Ma Tex è un classico, è
seguito da un pubblico molto vasto, scrivo un numero ogni tanto e
vorrei che i pochi albi che sceneggio si facessero apprezzare.
Oltretutto, le storie di Tex sono in genere molto più
lunghe. Non me la sentirei di affrontare l'impresa senza avere a fianco
un "pard" di cui posso fidarmi ciecamente. Non è questione
di bravi o meno bravi. Se uno non è bravo, difficilmente
finisce su Tex. È questione di sintonia tra chi scrive e chi
disegna. Se la rappresentazione non mi convince, se in un certo stile
non riesco proprio a identificarmi, rischierei di scrivere una storia
poco convincente...
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