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Edward S. Curtis, The Oath,1908, The Great Plains, © Christopher Cardozo,
Minneapolis

Edward S. Curtis, A Son of the Desert, 1904, Southwest, © Christopher
Cardozo, Minneapolis
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Ha costruito un imponente archivio
fotografico e fonografico delle testimonianze di vita degli Indiani
d’America. Una sorta di monumento alla memoria di una cultura morente,
sacrificata sull’altare dello sviluppo economico dell’America bianca.
Parliamo di Edward Sheriff Curtis, che gli indiani ribattezzarono "Shadow
Catcher", "cacciatore d’ombre", autore di una delle più imponenti raccolte
di materiale etno-antropologico che un singolo ricercatore abbia messo da
parte: quarantamila fotografie e diecimila canti tradizionali registrati su
cilindri a cera, che documentano gli aspetti più minuti della quotidianità
degli amerindi, senza trascurare le dimensioni dell’epico, attraverso i
ritratti dei grandi condottieri del Popolo Rosso, e del sacro, restituito
anche grazie alle straordinarie registrazioni fonografiche di canti
cerimoniali.
Il Cacciatore d’Ombre percorse per trent’anni, proprio tra la fine
dell’Ottocento e l’alba del nuovo secolo, quindi in un periodo che segnò la
cancellazione quasi totale del tradizionale modo di vivere delle tribù
nordamericane, villaggi, riserve, altipiani, alla ricerca delle ultime voci
di un mondo ricco di spiritualità e di valore, non solo guerresco ma etico,
che però, come si è detto, aveva il grave torto di ostacolare la rapacità
dei nuovi colonizzatori, forti dell’arrogante pretesa, in nome
dell’appartenenza a una presunta civiltà superiore, di essere gli unici
detentori del diritto di occupare e sfruttare gli immensi territori
americani. Curtis (1869-1952), nacque nello stato del Wisconsin, vicino a
Whitewater, una zona dove gli indiani erano ancora molto numerosi. Iniziò le
sue ricerche nella riserva di Puget Sound per poi trasferirsi, nel 1891, a
Seattle, dove rilevò uno studio fotografico. Ai primi del Novecento, decise
di intraprendere il suo monumentale lavoro di documentazione sulla storia, i
costumi, le leggende e le cerimonie degli indiani americani; un lavoro che
sarà pubblicato, dal 1907 al 1930, con il titolo di "The North American
Indian" e che il “New York Herald” definirà "la più grandiosa impresa
editoriale dopo la traduzione della Bibbia autorizzata da Re Giacomo I
all’inizio del 1600".
A Edward Sheriff Curtis, alla sua infaticabile ricerca e, perché no?, alla
memoria di una straordinaria cultura di cui sopravvive oggi ben poco, a
eccezione dei fantasmi di celluloide riverberati da settant’anni di cinema
(bianco), la città di Reggio Emilia dedica una prestigiosa mostra (iniziata
il 18 aprile, ma in cartellone fino all’15 agosto) dal titolo: "Edward
Curtis. L'eredità degli Indiani d’America". Una selezione di centocinquanta
fotografie che compongono un suggestivo percorso di conoscenza di un popolo
tanto mitizzato (anche con superficiali e sospette vulgate spiritualiste in
voga negli ultimi anni) quanto, nei fatti, dimenticato.
L’esposizione si tiene a Palazzo Magnani, corso Garibaldi 29, Reggio Emilia.
Orari: 9,30-13; 15-19. Lunedì chiuso. Ingresso: € 5 intero; € 4 ridotto; € 2
per le scuole. Il catalogo, edito da Simon & Schuster, New York, è
acquistabile in mostra al prezzo di € 40 (€ 60, in libreria) e si affianca
al volume "I Quaderni di Palazzo Magnani", dedicato alla retrospettiva di Curtis.
Informazioni e prenotazioni: Tel. 0522.454437; fax 0522.444436
e-mail:
info@palazzomagnani.it; web:
www.palazzomagnani.it.
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