Il 26 Giugno 2007 uscirà nelle edicole il tanto atteso n. 250 di Dylan Dog. Un nuovo piccolo, importante traguardo, ma anche un’occasione speciale per veder lavorare assieme un’inedita coppia di artisti: Bruno Brindisi, disegnatore che già in occasione della storia doppia per il ventennale aveva dato grande prova di saper lavorare per il colore (dato, in quell’occasione, da Nardo Conforti), ed Emanuele Tenderini che, coordinando un’équipe di sette coloristi, ha dato vita alle atmosfere – a volte vivaci, a volte cupe – di questo episodio. Un’opera che nasce dalla brillante sceneggiatura del “papà” dell’Indagatore dell’Incubo, Tiziano Sclavi, tornato da qualche tempo a scrivere con l’entusiasmo e l’originalità di sempre. Anche se geograficamente distanti tra loro (Brindisi è di Salerno e Tenderini di Venezia), siamo riusciti a riunirli per questa doppia intervista.
Pur avendo entrambi alle spalle una lunga carriera, questa è la prima volta che vi trovate a collaborare direttamente. Vi conoscevate già, e come è stato lavorare uno con l’altro?
BRINDISI: Ho “conosciuto” Emanuele sul sito degli Humanoides Associés, l’editore francese con cui da qualche anno collaboro per una collana di “gialli storici” chiamata Dedales che vede tra l’altro al lavoro anche Palumbo, Milazzo, Di Vincenzo, Enoch, tutti nomi molto noti ai lettori bonelliani. Navigando sul sito, noto subito un altro italiano, giovane, bravissimo, che mi colpisce subito per la modernità del disegno e l’uso mai invadente del colore (cosa rara): Tenderini. Praticamente un esordiente, e già così bravo! Scopro che il ragazzo si sta dando parecchio da fare in collaborazione e in solitaria, e penso che un colorista come lui avrebbe aggiunto molto ai miei due albi francesi… peccato non averlo conosciuto prima! Il caso vuole che lavoriamo per la Francia su testi dello stesso sceneggiatore e, come se non bastasse, ci troviamo accoppiati per il n. 250 di Dylan: vuol dire che era destino. Con un colorista che è anche un bravo disegnatore, le indicazioni possono essere ridotte al minimo indispensabile; mi sono quindi limitato a suggerire le atmosfere e poi mi sono fidato. Nessun problema!
TENDERINI: Conoscevo, ovviamente, Bruno di fama. Pensate che ho scoperto che c’è un solo grado di separazione a dividerci. Entrambi, infatti, abbiamo collaborato con lo stesso sceneggiatore, Patrick Weber, per due storie diverse ma inserite nella stessa collana e pubblicate dall’editrice francese Les Humanoides Associés. Bruno è un autore il cui disegno è molto facile da colorare. Il suo tratto è talmente potente, fresco e volumetrico che funziona perfettamente in “technicolor”. Grazie a queste caratteristiche del suo segno siamo riusciti a colorare le novantaquattro tavole del n. 250 in breve tempo. Per questo, mi auguro che ci saranno, in futuro, altre occasione di collaborazione tra noi.
Una delle caratteristiche che aggiungono valore a questo episodio sono sicuramente i testi di Sclavi che, più che mai in vena di meravigliare, ha realizzato una storia strabiliante per la varietà di ambientazioni e di personaggi surreali. Come è stato disegnare e colorare scenari tanto vari? Quali e quante le indicazioni dello sceneggiatore e dove, invece, avete potuto dare libero sfogo alla vostra creatività?
BRINDISI: Lavorare con Sclavi per me è un vero divertimento. Tra l’altro, non ci speravo quasi più, poiché l’ultima nostra collaborazione risaliva ormai al 2000. Tiziano ha il dono di sapermi accendere oltre che l’entusiasmo per il lavoro, che a volte dopo tanti anni può latitare, anche una serie di connessioni mentali, sinapsi, voglia di fare meglio. Merito delle sue sceneggiature e anche dello stile coinvolgente con cui le scrive. Questa storia, in particolare, non poteva annoiarmi, ho disegnato cose che mai avrei sognato, come la Londra alla “The Long Tomorrow”, un fumetto di Moebius che adoro. Mancavano soltanto le navi in fiamme al largo dei bastioni di Orione e i raggi B balenanti nel buio di “Blade Runner”!
TENDERINI: Credo, in questa storia, di aver colorato qualsiasi tipo di ambiente nelle più disparate condizioni di luce… e farlo è stato molto stimolante. Non facevo in tempo ad abituarmi a un’ambientazione, che già lo scenario cambiava: nuovi ingombri, nuove prospettive, nuove atmosfere. Le indicazioni di Sclavi e di Bruno non sono state assolutamente dei limiti, anzi, si sono rivelate dei preziosi riferimenti entro i quali sviluppare le mie idee. Più gli autori mi indicano la strada da seguire e più posso farmi trascinare godendomi il paesaggio.
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Per Brindisi, come già detto, questa non è la prima esperienza con una storia di Dylan a colori. Oltre alla doppia avventura del ventennale scritta da Paola Barbato, aveva realizzato anche il n. 200. A lui chiediamo, quindi, come, in questi anni, ha adeguato e raffinato il suo segno per renderlo più funzionale al colore. A Emanuele, che proviene, invece, da una lunga esperienza su pubblicazioni per il mercato francese, domandiamo come si è trovato misurandosi con i codici espressivi propri della tradizione bonelliana.
BRINDISI: La prima esperienza dylaniana con il colore credo sia stata la storia “Gnut”, uscita su un Diario Mondadori pubblicato tanti anni fa. E poi ho fatto l’albo del decennale, “Finché morte non vi separi”, le storie brevi “Lamiere” e “Il paradiso dei turisti”. Insomma, sono abbonato al colore da un bel po’. Evidentemente ho uno stile che si presta, ma più passa il tempo più il gusto per una colorazione “moderna” che permette effetti e soluzioni nuove mi costringe piacevolmente a un uso di tratteggi e neri ancora più essenziale.
TENDERINI: Per quanto possa apparire paradossale, credo che il formato bonelliano si presti a essere colorato ancora meglio di quello francese. Ci sono meno vignette per tavola, in proporzione gli spazi sono maggiori e, di conseguenza, si riesce a donare un impatto cromatico più forte. Il fatto poi che il fumetto viene stampato in un formato più piccolo rispetto a quello d’Oltralpe permette una lavorazione non troppo pesante, ottenendo comunque un ottimo risultato, ma in tempi minori rispetto a quelli che occorrono per lavorare una tavola alla francese. In quest’ottica, non sarebbe quindi impossibile, oltre che stimolante, pensare di realizzare una serie a colori in questo formato.

Ci dite quale è stata, secondo voi, la scena più complicata da realizzare (senza svelare troppo) e, per contro, quella in cui pensate di aver raggiunto il meglio della vostra reciproca professionalità?
BRINDISI: La “splash-page” con il maggiolino volante, credo. I colori di Emanuele sono efficacissimi, ma nella scena del galeone che si dirige verso la Luna raggiungono vette di poesia ancora più alte.
TENDERINI: Non ci sono state scene particolarmente “complicate” da colorare. Come ho già detto, il novantanove per cento del lavoro lo fa il “solido” disegno di Bruno. Posso dire, però, che, a mio avviso, le prime tavole sono le migliori. Forse perché prediligo quel tipo di ambientazione alla “Lost”… forse perché il mio sogno è proprio quello di ritrovarmici in mezzo, com’è capitato all’Indagatore dell’Incubo. Anche quelle ambientate nel cimitero, comunque, mi soddisfano molto.
Siete entrambi autori giovani con numerose esperienze di lavoro alle spalle. Vi sentite di darci la vostra opinione riguardo al fumetto a colori e all’importanza, crescente, che sta avendo nell’immaginario collettivo? Quali sono le principali differenze con le tradizionali strisce in bianco e nero?
BRINDISI: Che bello fare fumetti, si è giovani fino a cinquant’anni almeno. Comunque, è tutta la vita che cerco di trovare una sintesi equilibrata tra l’uso dei bianchi e dei neri, come risolvere le atmosfere notturne in modo sintetico ed efficace, come posizionare le ombre soprattutto sui volti, valuto se è il caso di usare qualche grigio, cambio carta, pennarelli e poi devo dimenticare tutto, perché ultimamente lavoro soltanto in linea chiara! Per Dylan Dog, il colore è un avvenimento da considerare celebrativo, una festa, passata la quale si torna al bianco e nero tanto amato da molti lettori. Il guaio è che ho paura di aver dimenticato come si mettono i neri…
TENDERINI: L’albo a colori è, a mio parere, la naturale evoluzione del medium fumetto. Anche in altri mezzi espressivi (film, videogiochi, design), c’è una continua voglia e necessità di “stupire”, di “colpire” con immagini, colori, flash, animazioni. Il fumetto l’ho sempre considerato un “colossal a basso budget” e, di conseguenza, trovo fondamentale che possa “evolversi” restando al passo con l’epoca in cui si vive. Il computer, in quest’ottica, è uno strumento essenziale che non deve essere visto come una minaccia, ma come qualcosa in grado di aggiungere valore all’opera finita. In Italia ci sono molti bravi disegnatori e tanti validi sceneggiatori, che hanno disegnato e scritto di tutto. Secondo me, sarebbe ora di dare a quelle storie un nuovo impatto “cromatico” che costituisce, a sua volta, una “nuova narrazione” perché in grado di sottolineare ed esaltare una scena grazie alle stesse atmosfere usate nella “fotografia” e nelle “luci” cinematografiche.
Per chiudere, vi chiediamo di spendere ancora qualche parola per descrivere come avete gestito la realizzazione delle rispettive parti del lavoro. Dal foglio bianco, nel caso di Brindisi, o da quello in bianco e nero, nel caso di Tenderini, sino alla tavola finita.
BRINDISI: Per questa storia non ho usato metodi particolari, sono tornato alla carta semi-ruvida per avere una linea più calda e modulata. Rispetto al numero del ventennale ho aggiunto qualche tratteggio in più (nei cieli tempestosi, per esempio), cosa che non avrei fatto se avessi saputo di avere a disposizione Emanuele che dipinge dei cieli con uno stile pittorico eccezionale. Alla prossima collaborazione!
TENDERINI: Lavorare con un team affiatato e capace è quanto di più stimolante ci possa essere. Ho già tessuto molti elogi nei confronti del disegno di Bruno (e non finirò mai di ripeterli), ora vorrei spendere due parole per ringraziare i miei ottimi collaboratori e raccontare qualcosa su come ci siamo divisi il lavoro. Occorre dire, innanzi tutto, che la colorazione si sviluppa in tre fasi: tinte piatte, ombreggiature, effetti. Tutte e tre queste fasi sono fondamentali per un ottimo risultato. Oscar Celestini, Chiara Fabbri Colabich, Federico Toffano e Micaela Tangorra sono i fantastici “tintapiattisti” che infondono, con la stesura dei colori piatti, una prima atmosfera generale alle tavole. Cristina Toniolo, Claudia Boccato e Andres Josè Mossa sono gli “ombreggiatori” che hanno ideato le fonti di luce e sviluppato le volumetrie dei personaggi e degli ambienti. Queste due fasi rappresentano il novanta per cento dell’intera colorazione. Alla fine arrivo io, che unisco tinte piatte e ombreggiature e mi diverto a creare i vari “effetti speciali” che danno l’impronta personale al lavoro. Quando si devono sviluppare molte tavole in cosi poco tempo, è indispensabile affiancarsi a professionisti del calibro di quelli che ho citato, e spero realmente che anche i lettori apprezzeranno il lavoro che abbiamo svolto…