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Nell'Almanacco del Mistero 2003, Alfredo Castelli racconta un'avventura
giovanile di Martin Mystère, ambientata nell'affascinante città di Parigi
e illustrata da Luisa Zancanella. Martin si reca, dopo tanto tempo, all'appuntamento
con una donna affascinante che credeva di avere dimenticato, nella speranza
di trovare una risposta a domande restate in sospeso per quarant'anni. Nel
lungo e illustratissimo dossier dedicato ai "Mysteri di Francia", lo stesso
Castelli e Giulio Cesare Cuccolini esplorano invece storie insolite, incredibili,
inquietanti "all'ombra della Torre Eiffel", dalla Bestia del Gévaudan al
Fantasma del Louvre, dal Gobbo di Nôtre Dame al Fantasma dell'Opera,
soffermandosi particolarmente sulla città di Parigi, nelle cui vie e nelle
cui fogne si è aggirata, per lungo tempo, una strana corte di personaggi
quanto mai mysteriosi. Vi diamo qui di seguito un'anticipazione degli articoli
che potrete leggere nell'Almanacco, oltre che dell'introduzione al dossier
firmata da Alfredo Castelli. |
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Il Caso Montecristo
di Alfredo Castelli
Buongiorno
a tutti, anzi, per restare in clima, "Bonjour a tout le monde". Il dossier
di questo Almanacco è dedicato, infatti, ad alcuni mysteri di Francia;
soltanto alcuni, lo sottolineiamo, perché, al di là delle Alpi, si cela
un sorprendente numero di enigmi, sui quali, prima o poi, ritorneremo.
Abbiamo deciso di occuparci proprio di "mysteri francesi" perché quest'anno
ricorrono due importanti bicentenari: sia Victor Hugo (1802-1885), sia
Alexandre Dumas (1802-1870) sono nati, infatti, nel 1802. Questi due grandi
scrittori ci sono particolarmente cari, in quanto sono i principali artefici
del successo della "letteratura popolare", chiamata così perché i romanzi
uscivano a puntate sui quotidiani, per poter essere poi raccolti in volumi
da poco prezzo. Grazie a opere come "I Miserabili" o "I Tre Moschettieri",
l'abitudine alla lettura si diffuse anche presso le classi meno abbienti,
e qualcuno sostiene che i fumetti - specialmente quelli della "scuola
italiana", veri e propri romanzi articolati in centinaia di pagine - siano
gli ideali continuatori di un genere inaugurato in Francia quasi due secoli
fa. La vita di Alexandre Dumas, scrittore, viaggiatore, bon vivant, inventore
del romanzo storico, autore di infinite opere tra cui una sterminata autobiografia,
si presta inoltre particolarmente a racconti "mysteriosi", e in attesa
di un suo prossimo "incontro" con il BVZM, apriamo questo dossier con
una notizia che lo riguarda: la soluzione a un enigma proposto da lui
stesso nel 1858. Cominciamo dall'inizio: come sapete, "Il Conte di Montecristo",
uscito a puntate a partire dal 1845, racconta le vicende di Edmond Dantés,
il quale, condannato al carcere a causa di un complotto, dopo anni di
prigionia riesce a evadere, ritrova un tesoro nell'isola di Montecristo
e, divenuto favolosamente ricco, si vendica di coloro che l'hanno fatto
condannare. Nella postfazione di una ristampa del romanzo del 1858, Dumas
aveva rivelato le sue fonti di ispirazione: un viaggio intorno all'isola
di Montecristo compiuto nel 1842 insieme al principe Napoleone, e la vicenda
(vera) del calzolaio parigino François Picaud, imprigionato nel 1807 per
una falsa imputazione, e autore di una metodica vendetta contro i suoi
accusatori, che aveva potuto realizzare grazie a un tesoro trovato quando
era stato rimesso in libertà. Tutto chiaro, se non che, nella stessa postfazione,
Dumas aveva inserito una criptica frase: "Ciascuno è libero di cercare
per il Conte di Montecristo una fonte d'ispirazione diversa da quella
da me indicata, ma sarà molto abile chi riuscirà a trovarla". Un'autentica
sfida, raccolta, a distanza di quasi centocinquant'anni, da Gilles Henry,
ricercatore specializzato in genealogia. Nel numero di maggio 2002 della
rivista francese "Historia", Henry rivela il risultato delle sue ricerche.
La Montecristo a cui si era ispirato Dumas non era l'isola della Toscana,
bensì l'omonima cittadina di Santo Domingo. Qui, nel Diciottesimo secolo,
si erano trasferiti Charles Davy de La Pailleterie, marchese di Belleville-en-Caux
(Normandia), e suo fratello Alexandre. Nel 1748, Charles era rimasto implicato
in un fallimento, e aveva coinvolto il fratello, il quale, pur se innocente,
era stato costretto a fuggire da Santo Domingo ed era da tutti considerato
morto. Charles aveva poi cercato di riprendersi organizzando un commercio
di schiavi, ma anche questa impresa si era conclusa con un grave scandalo;
nel 1773, era morto a sua volta. Il 4 dicembre 1775, una nave proveniente
dalle Antille approdò a Le Havre. L'unico passeggero, un certo Antoine
Delisle, si sistemò in un albergo, prese appuntamento per lettera con
il parroco di Belleville-en-Caux, e gli si presentò, documenti alla mano,
dichiarando: "Sono Alexandre Davy de La Pailleterie, quello che tutti
ritengono morto". Come il Conte di Montecristo, era improvvisamente ricomparso
dopo quasi trent'anni; le vicissitudini che aveva affrontato durante il
lungo periodo in cui aveva atteso la scomparsa del fratello erano pari,
se non superiori, a quelle del suo alter-ego letterario. Alexandre Davy
ereditò il titolo e il castello di famiglia, e uno dei suoi discendenti,
generale durante la Rivoluzione Francese, assunse legalmente il nome proprio
del nonno e il cognome della madre (una nera chiamata Dumas), si sposò
con Marie-Louise Labouret e, nel 1802, ebbe un figlio destinato a fare
carriera in campo letterario. Se la vicenda del tesoro e della vendetta
era stata ispirata dalla storia di Picaud, il personaggio di Montecristo
era, senz'ombra di dubbio, il bisnonno del grande scrittore. |
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Una belva in agguato
di Giulio Cesare Cuccolini
In Francia,
nella parte sud del Massiccio Centrale, si snoda una serie di monti ondulati
tra i mille e i millecinquecento metri d'altezza, coperti di boschi di
conifere, intervallati da pascoli e forre con, sullo sfondo, il monte
Lozère, che oggi dà nome al relativo dipartimento. All'epoca della nostra
storia, a metà del Settecento, quella regione era nota con il nome di
Gévaudan. Era ricca di splendidi ambienti naturali, di zone selvagge frequentate
da lupi, ma povera di risorse e di centri abitati, ridotti a sparuti villaggi
e a modeste cittadine. Qui, nella tarda primavera del 1764, una guardiana
di vacche al pascolo improvvisamente vide una bestia slanciarsi contro
di lei. I cani, immobili, tremavano e guaivano. La giovane donna, sconvolta,
si riparò dietro i buoi, che subito abbassarono le corna puntandole verso
la bestia che emetteva orribili grugniti, saltava e cercava di ghermire
la sua preda. Tuttavia, i buoi non cedettero e la bestia, dopo diversi,
ma vani, tentativi, si allontanò. La donna, rientrata al villaggio, mostrò
i vestiti strappati, le numerose scalfitture, raccontò dello scampato
pericolo e descrisse la bestia come un animale somigliante a un grosso
lupo, ma con la testa più grossa, fauci enormi, una striscia di peli neri
sul dorso e una coda tozza e folta. I compaesani, dopo averle manifestato
commiserazione, si dimenticarono presto dell'accaduto: da sempre, i dintorni
erano frequentati dai lupi, che normalmente non attaccavano l'uomo. Forse
si trattava di un'eccezione e la donna, terrorizzata, aveva scambiato
un lupo per un mostruoso animale… Le cose cambiarono quando, il 30 giugno,
venne trovata, parzialmente divorata, la pastorella quattordicenne Jeanne
Boulet. Era la prima vittima di una lunga carneficina destinata a durare
tre anni e a spargere il terrore nella regione. Alla fine del 1764, le
vittime ammontavano a diciotto. Nel solo mese di gennaio 1765, se ne contarono
undici. Nel corso dei mesi e degli anni seguenti, le vittime aumentarono
senza posa, anche se a ritmi diversi. Dal 30 giugno 1764 al 12 giugno
1767, si registrarono ufficialmente centoquattro morti, per non parlare
di una trentina di feriti. Ma, secondo stime basate su altre fonti, esse
sarebbero state centocinquantasette o addirittura centosettantanove. Chi
era il responsabile di questa strage? Gli abitanti del luogo, pur attribuendogli
connotati lupeschi, avvertivano di non avere a che fare con un lupo vero
e proprio, per quanto solitario ed enorme, e, per questo motivo, lo battezzarono
"la Bestia". Così, nel reame di Francia e in Europa, si diffuse la leggenda
della Bestia del Gévaudan… |
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I sotterranei di Parigi
di Giulio Cesare Cuccolini
Ci sono città
circondate, più di altre, da un'aura di mystero. Parigi è una di
queste. Ha una storia ricca di avvenimenti importanti dai molti retroscena
e una lunga serie di segreti disseminati nei secoli dai personaggi che l'hanno
abitata. Secondo alcune dottrine esoteriche, essa si troverebbe situata
geograficamente in una posizione particolare che faciliterebbe il verificarsi
di eventi magici, come pare sia anche il caso di Lione, Torino e Praga.
Ma Parigi ha in più una particolarità unica, che la sprofonda letteralmente
in un'aura mysteriosa: possiede una rete di gallerie sotterranee a una profondità
oscillante tra i quindici e i trentacinque metri, che si estendono per circa
trecento chilometri al di sotto della rete fognaria e di quella della metropolitana.
Quest'immenso labirinto di gallerie, caverne, cunicoli è il risultato di
un plurisecolare lavoro di scavo - iniziato fin da quando Parigi, in epoca
romana, si chiamava Lutetia e terminato agli inizi del Novecento - per estrarre
gesso e pietra calcare, la cosiddetta "pierre de taille" (pietra da taglio),
con cui costruire in superficie gli edifici della città. Ed è stato abbandonato
dopo lo sfruttamento e, in seguito, riutilizzato, nel corso dei secoli,
per i più diversi scopi: nascondiglio di tesori e merci di contrabbando,
deposito di vino e derrate alimentari, carceri di palazzi e conventi, ossario,
sede di sette e società segrete, ricovero per i partigiani, rifugio antiatomico
per gli uffici governativi sovrastanti, luogo clandestino d'incontri e di
festeggiamenti per studenti e bande giovanili, zona da esplorare per gli
appassionati del sottosuolo urbano, chiamati a Parigi "cataphiles" (amanti
di ciò che sta sotto)… |
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La Legge dei Ladri
di Alfredo Castelli
Se le catacombe
rappresentano una sorta di Inferno opportunamente segregato nelle abissali
viscere di Parigi, la Corte dei Miracoli può essere ben definita una sorta
di Inferno all'aria aperta, nascosto nel cuore stesso della Metropoli.
Il superbo affresco della Parigi quattrocentesca tracciato da Victor Hugo
in "Nôtre Dame de Paris" (1831) offre una vivida descrizione della Corte
dei Miracoli così come appare all'improvviso, una notte, di fronte agli
occhi stupefatti del protagonista, il poeta Gringoire: "Più si addentrava
per il vicolo, più ciechi e zoppi e senza gambe gli pullulavano intorno,
e monchi e guerci, e lebbrosi coperti di piaghe, chi sbucando dalle casupole,
chi dalle viuzze adiacenti, chi dagli sfiatatoi delle cantine, urlando,
mugghiando, squittendo, tutti arrancando come meglio potevano verso la
luce, e avvoltolandosi nel fango come lumaconi dopo la pioggia. Finalmente
arrivò in fondo al vicolo. Sboccava in una piazza immensa dove mille luci
sparse vacillavano nella nebbia confusa della notte… Il povero poeta si
guardò attorno. Era davvero in quella terribile Corte dei Miracoli, dove
mai un onest'uomo era penetrato a quell'ora; magico cerchio dove gli ufficiali
o gli sbirri che vi si avventuravano scomparivano ridotti in briciole...
In una parola, immenso guardaroba, dove a quell'epoca si vestivano o si
spogliavano tutti gli attori di quella commedia eterna che il furto, la
prostituzione e l'assassinio recitano sul selciato di Parigi. Era una
piazza vasta, irregolare e mal pavimentata, come tutte le piazze di Parigi
a quel tempo. Vi fiammeggiavano qua e là dei falò attorno a cui formicolavano
strani gruppi di gente. Tutti andavano, venivano, gridavano. Risate stridenti,
vagiti di bimbi, voci di donne. E le mani e le teste di quella folla,
in mille gesti bizzarri, spiccavano nere sullo sfondo luminoso. Di tanto
in tanto, sul suolo dove tremolava il chiarore dei fuochi interrotto da
grandi ombre indefinite, si vedeva passare un cane che somigliava a un
uomo o un uomo che sembrava un cane: i limiti tra le razze e le specie
si cancellavano in quel luogo come in un pandemonio"… |
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Pazzi d'amore
di Giulio Cesare Cuccolini
Oltre che
"cittadella di ladri" e "alveare mostruoso" pronto a riversare sul resto
della città "tutti i parassiti dell'ordine sociale ", la Corte dei Miracoli
immortalata da Hugo era anche lo scenario di una straordinaria, quanto
impossibile storia d'amore destinata a entrare nel mito: quella fra Quasimodo
ed Esmeralda. Occorre però aver presente la complessa trama di "Nôtre-Dame
de Paris" per poterla apprezzare. Il gobbo, sciancato, guercio campanaro
Quasimodo, trovatello cresciuto fin da bambino nella cattedrale di Nôtre
Dame, conosceva ogni angolo di quell'elegante costruzione di pietra che,
poderosa come un castello, dominava la città. Spesso gli capitava d'arrampicarsi
lungo la facciata - quasi fosse un moderno free-climber - valendosi soltanto
delle sporgenze di centinaia di sculture di re, santi, mostri e demoni
che la popolano. Le due colossali torri dove sono alloggiate ben quindici
campane erano per lui come due gabbie d'uccelli che, al suo comando, cantavano
facendo vibrare tutta la chiesa. Con la sua presenza, Quasimodo animava
quel magico edificio, le cui pietre sono come altrettante pagine della
storia di Francia, ma anche quelle di un gigantesco libro pieno di simboli,
di misteriose allusioni, di significati esoterici, non racchiusi in bui
meandri sotterranei, ma svettanti nel cielo tra voli d'uccelli e folate
di vento…
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Le mille vite di Belfagor
di Alfredo Castelli
Nel 1528, dove
ora sorge il Louvre si trovavano i resti di un'antica fortezza del Dodicesimo
secolo. Fu qui che l'allora re Francesco I volle edificare la propria
residenza: un sontuoso palazzo in cui i sovrani francesi abitarono per
centocinquant'anni, prima di trasferirsi a Versailles. La reggia ospitava
preziose opere d'arte; Luigi XIV soleva esibirle a ospiti selezionati
in una sala detta "del Louvre" (un termine di etimo incerto, che forse
deriva da "covo di lupi"), che poi diede nome all'intero edificio. Nel
1747, in pieno Secolo dei Lumi, Luigi XVI decise di trasformare il palazzo
in un museo; il progetto fu portato a termine nel 1793, dopo la Rivoluzione.
Al Louvre si trova la più imponente raccolta di capolavori del mondo:
nelle sue sale, dimorano la Gioconda e la Nike di Samotracia, Horus e
Mercurio. Ma anche le invisibili presenze dei molti, inquietanti personaggi
che hanno vissuto tra quelle mura per quasi un millennio. E infatti, la
sera del 30 marzo 1989, al Museo è comparso un fantasma. Non uno qualsiasi,
ma "il suo" fantasma: "Belfagor, il Fantasma del Louvre", una sinistra
figura ammantata di nero pronta a presentarsi all'improvviso alle spalle
dei terrorizzati guardiani. Non era lì in carne e ossa, naturalmente (e,
del resto, "in carne e ossa" è un'espressione che mal si addice a uno
spettro), ma nelle evanescenti immagini di un film girato nel 1927, restaurato
e proiettato dopo più di sessant'anni per un'occasione davvero speciale:
quel giorno si svolgeva l'inaugurazione della "Pyramide" in vetro e acciaio
che sorge di fronte al Museo. A Jack Lang, allora ministro della Cultura,
era sembrato giusto festeggiare l'avvenimento riproponendo ai visitatori
(tra i quali il presidente François Mitterrand) un'opera cinematografica
decisamente "minore", ma che, a suo modo, aveva contribuito a diffondere
la fama del Louvre anche presso chi non frequentava abitualmente i musei:
il "Belphégor" diretto da Henri Desfontaines…
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