ANTONIO FAETI: IL BIVACCO DEI FUMETTI INCROCIATI
 
 

   

 

    

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Magico Vento è un uomo che deve morire per rinascere eroe. Questa seconda nascita gli dà poteri particolari di sciamano che dividono costantemente la sua anima in due: è bianco e indiano insieme, è attirato dal passato e proteso verso il futuro del suo nuovo ruolo… L’Associazione culturale Hamelin ha ideato e realizzato, con la supervisione del professor Antonio Faeti, una mostra che intende percorrere e approfondire il composito universo western in cui si muove l’insolito personaggio creato da Gianfranco Manfredi. Dietro un titolo particolarmente suggestivo (“Magico Vento - Il bivacco dei destini incrociati”), e per mezzo di pannelli illustrati e commentati, i competentissimi “ragazzi” di Hamelin si propongono di aiutare il lettore-visitatore a scoprire alcuni lati meno evidenti del “viso pallido” diventato sciamano.
Dopo l’esordio a Bologna (città in cui è stata ospitata, dal 23 febbraio al 13 marzo 2004, presso il Centro Andrea Costa), la mostra sarà ospite della decima edizione di Torino Comics, che avrà luogo, nel capoluogo piemontese, dal 23 al 25 aprile presso l’area di Lingotto Fiere. L’iniziativa ci ha offerto l’occasione per una breve chiacchierata con Antonio Faeti, docente di Storia della Letteratura per l’infanzia all’Università di Bologna, e autore, fra l’altro, di fondamentali saggi come “Guardare le figure” e “In trappola col topo – Una lettura di Mickey Mouse”, entrambi editi da Einaudi.

                            

Periodicamente, il cinema ripropone il western, con alterne fortune e risultati, e comunque senza mai rinverdirne i fasti di un tempo. Anche nel fumetto non sembra possibile mettere in scena, oggi, una saga tradizionale come quella di Tex, al punto che il nuovo western bonelliano, Magico Vento, è un mélange di diversi elementi narrativi, soprattutto fantastici, che in Tex, appunto, costituivano soltanto divagazioni episodiche. Il futuro del western è, dunque, nella contaminazione?

Direi che, in buona misura, la risposta è affermativa. Come ho cercato di evidenziare anche nella mostra, il western nasce come spazio degli incroci e delle contaminazioni fin dalle origini; penso alla produzione americana, coeva al quadro storico di riferimento, dei "dime novels", quei giornalini di avventure dedicati agli eroi della Frontiera, ricchi di spunti fantastici e romantici. Lo stesso Tex nasce come esempio di contaminazione di generi, ponendosi quindi in posizione di anticipazione rispetto al più recente Magico Vento; valga a titolo di esempio la figura di Mefisto. Stessa vocazione era dimostrata dal "Pecos Bill", di Guido Martina, dove intrecci e situazioni rimandavano costantemente (e consapevolmente) al feuilleton, adombrato persino, come padre putativo, nel nome del nemico principale dell’eroe, il sulfureo Du Tisné. Perciò, la trasversalità dei generi e degli spunti narrativi non è una conquista recente del western; al contrario, ne è un tratto distintivo, come ne è un segno imprescindibile l’ampiezza dei contenuti, che travalicano sempre la realtà storica di riferimento. Intorno al western, anche ai classici cinematografici, si è stesa una cortina di disinformazione. I miei studenti, ad esempio, erano tutti animati da fieri pregiudizi nei confronti del genere; ebbene, si sono poi dovuti ricredere, dopo aver visto insieme "Sentieri Selvaggi", di John Ford, al punto da richiedermi una lezione di approfondimento di tre ore e più.

                             


Rispetto al western classico, quale ruolo assume Tex Willer?


Tex è stato straordinariamente anticipatorio anche rispetto alla filmografia più matura e critica, come "L’uomo che uccise Liberty Valance", di John Ford o "Quel treno per Yuma", di Delmer Daves, introducendo elementi "forti" come il meticciato, per esempio, e, più in generale, un modo meno innocente di pensare e raccontare il West . Tex è il vero spartiacque del fumetto western italiano, già a partire dalla sua collocazione cronologica, dopo la sanguinosa Guerra di Secessione. Questa scelta affranca per sempre il fumetto western dalla sua dimensione più "fanciullesca" e meno problematica, incarnata da Pecos Bill, Capitan Miki o Il Piccolo Sceriffo. Ci conduce direttamente dalle parti di Omero, con i suoi eroi macchiati indelebilmente dall’ombra della guerra e del sangue versato. Come ho sostenuto anche nel mio lavoro "La bicicletta di Dracula" (
La Nuova Italia, Firenze, 1985, n. d. r.), Tex è assai più complesso e trasversale; la sua capacità di anticipazione di certi temi e certe intersecazioni sono elementi che lo legano, secondo me, al più recente Magico Vento. Ricordo che Rino Albertarelli, mio caro amico e autentico studioso del West, contestava a Tex proprio i suoi elementi di modernità (già agli inizi degli anni Settanta!). Tex è molto più innovativo e sorprendente di quanto appaia oggi, a causa del gioco di comparazioni, anche di matrice generazionale, con i suoi epigoni o "fratelli". Io mi accorgo, seguendolo con grande, immutato, affetto, che si muove in moltissime direzioni, tutte debitrici della grande tradizione del romanzo avventuroso ottocentesco; si pensi, tanto per dirne una, alle avventure marinare, con i loro sconfinamenti nella dimensione narrativa di Melville o Stevenson. In queste escursioni si avverte il segno più evidente dell’amore che Gian Luigi Bonelli portava al grande romanzo ottocentesco, con un po’ più di Hugo, a parer mio, che di Melville. La cifra etica di Tex deriva direttamente da Jean Valjean, che si carica Marius sulle spalle per salvarlo, mentre invece vorrebbe ucciderlo, sapendo che a causa sua perderà l’amore di Cosette… E poi, ci sono tanti Javert, tenacemente occupati a sostenere con spietatezza l’ordine costituito, cui Tex spara volentieri!

                             

Se dovesse definire in breve gli elementi salienti di contiguità tra fumetto e fiaba, quali sceglierebbe? E nel caso inverso, quali differenze segnalerebbe come più significative?

Gli elementi di collegamento sono molti. Direi che il primo risiede nella stupefazione, eterna primavera della percezione, presente anche nel noir. Uno stupore infantile, totale, ma in questa occasione suscitato da una dimensione cimiteriale. L’altro elemento è costituito dalla figura dell’eroe "errante", il personaggio girovago, un elemento presente in tutta la letteratura fin dalla saga di Gilgamesh. E mi fermo qui, perché il sentiero è talmente lungo che rischiamo di perderci… La differenziazione netta, invece, risiede nella caratteristica, analizzata da Propp, della fiaba come mito di fondazione, mentre la natura peculiare al fumetto è quella di essere l’espressione della civiltà industriale, presentando, anche nel ritmo del racconto, i tratti identificativi della dimensione urbana. Anche Tex è molto "cittadino", nel suo tornare sempre al saloon, alla sua birra, alle bistecche alte due dita. Al fumetto manca quella connotazione di archetipo, che è propria del fiabesco, tanto di derivazione orale che di produzione cortese o urbana, e che tratteggia sempre una linea di fuga dall’urbano.

                             

Ritiene corretto considerare il fumetto avventuroso "alla Bonelli" come la continuazione ideale (e forse unica, in Italia) del romanzo di genere di tipo ottocentesco? Quale personaggio della nostra Casa editrice le sembra incarni meglio questo tipo di tradizione, pur con tutte le differenze del caso, o, semplicemente, le sembra più interessante?

Assolutamente. Penso, per esempio, a un personaggio come Mister No, con la sua caratterizzazione cronologica e culturale ben dettagliata; anche in questo si rileva un debito contratto con il romanzo ottocentesco. Victor Hugo non avrebbe partorito quella straordinaria figura che è Thènardier, se non fosse passato attraverso quell’immenso, generosissimo e contraddittorio spaccato che è stata l’avventura napoleonica. Come Hugo, figlio di un ufficiale, riempie di reduci i suoi racconti, così fa Mister No, mentre Dylan Dog, dal canto suo, ricalca le orme di Mario Praz, nella sua analisi dell’orrido ottocentesco ("La carne la morte e il diavolo", Sansoni Editore, 1996, n. d. r.). Anzi, nel suo farsi beffe degli aspetti più insulsi della modernità, la creatura di Sclavi ripropone la necessità di ridare spazio a quei languori antichi, con cui ancora accompagniamo il nostro vissuto contemporaneo.