ROBERTO FESTI: UN ARCHITETTO SULLE TRACCE DI TEX
 
 

Qui a fianco: particolare di una sceneggiatura di Gianluigi Bonelli.
In basso, a sinistra: il manifesto della mostra (disegno di Giovanni Ticci).
Al centro: il catalogo di "Sulle tracce di Tex" e una tavola originale di Aurelio Galleppini; si notino i segni del rimontaggio manuale delle singole strisce.
Sotto: il disegno originale, sempre di Galleppini, per la copertina del primo Tex gigante, "La Mano Rossa" 1964, e, a fianco, la copertina stampata.
In basso: la copertina di una edizione brasiliana di Tex e quella di una edizione americana dello Speciale n. 15, "Il cavaliere solitario".
 

 




 

 

            

 

    

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Aquila della Notte è sbarcato nella splendida Basilica Palladiana di Vicenza, e lì resterà sino al 2 maggio 2004, in occasione di una mostra che presenta molte ragioni di interesse. Nume tutelare dell’iniziativa, intitolata “Sulle tracce di Tex”, è l’architetto Roberto Festi, non nuovo a imprese del genere. Già organizzatore di una retrospettiva che celebrava i cinquant’anni del personaggio, Festi torna sul luogo del delitto (o del diletto), armato di ottime intenzioni e, soprattutto, di notevoli frecce al suo arco. Di iniziative legate al nostro Ranger se ne sono succedute molte, negli ultimi anni, ma questa di Vicenza sembra avere tutte le credenziali per aggiungere altri, e importanti, tasselli al quadro critico che da tempo accompagna la saga texiana. Basti citare una sezione interamente dedicata a tutte le fasi di lavorazione di un albo a fumetti. Insomma, per la prima volta, si riserva un’attenzione particolare a tutti quegli aspetti tecnico-redazionali che, nella coscienza dei lettori (ma non soltanto), restano spesso confinati nell’ambito di un limbo piuttosto fumoso. Inoltre, i visitatori della mostra in questione potranno ammirare tavole e disegni inediti di Aurelio Galleppini, insieme alcuni dei suoi attrezzi da lavoro, arrivando a conoscere, più in generale, il “dietro le quinte” di un inimitabile successo editoriale. Realizzata grazie all’unione di più forze (Esaexpo, Comune di Vicenza e Studio Universal), “Sulle tracce di Tex” si accompagna a un interessantissimo catalogo, la cui copertina ripropone l’immagine, celeberrima, che accompagna da sempre l’albo n. 60 della collana (“El Rey”), realizzata da un Galep straordinariamente evocativo; e altrettanto evocativo è anche il disegno realizzato appositamente per il manifesto ufficiale dal grande Giovanni Ticci. Il prezzo di vendita del volume è di € 20 e può essere acquistato direttamente nella sede della mostra.
Ma passiamo ora il testimone direttamente a Roberto Festi, perché ci illustri di quali aspirazioni e ispirazioni si nutra “Sulle tracce di Tex”.


               

Che cosa l’ha spinta a ripercorrere la lunga pista di Aquila della Notte, a distanza di sei anni dalla mostra dedicata al suo cinquantesimo anniversario?

Mi ha spinto l’idea precisa che Tex, sul nascere del terzo millennio, presenti delle caratteristiche narrative e iconografiche in via di mutazione, graduale ma percepibile, che ne fanno un personaggio tutt’altro che immobile, come a prima vista si potrebbe essere indotti a credere. Ritengo che i nuovi collaboratori entrati a far parte della squadra che realizza le avventure del Ranger rappresentino un dato qualitativo e quantitativo da mettere in evidenza, così come è da mettere in evidenza la capacità della saga di Tex di rinnovarsi, pur nella continuità con i fondamenti del “canone” bonelliano. Una capacità che, appunto, non sempre viene colta dai lettori. In conclusione, la nostra iniziativa nasce come momento di riflessione, come una sorta di consuntivo su una fase di modifica del personaggio, dovuta proprio all’apporto dei nuovi arruolati nel manipolo “texiano”. Penso, a titolo di esempio, ai fratelli Raul e Gianluca Cestaro, Stefano Andreucci e Roberto Diso, tanto per citarne alcuni.

               


Molti lettori, pur appassionati, ignorano del tutto quali e quante fasi di lavorazione conducano una storia a fumetti a trasformarsi in albo pronto per gli scaffali delle edicole. L’impressione è che ci si possa beatamente abbandonare al piacere della lettura senza entrare nel merito degli aspetti, per così dire, “tecnici” della costruzione di un fumetto e che si tratti di un atteggiamento, da parte degli aficionados, assolutamente legittimo. La mostra che Vicenza dedica a Tex, invece, affronta questa componente del lavoro fumettistico con molta attenzione, riservandole un’ampia sezione. Ritiene che questa iniziativa possa condurre a una fruizione più consapevole, tale da modificare anche la maniera dei lettori di porsi di fronte al fumetto?


Credo proprio di sì. Anzi, direi che, al di là dell’intento “didattico”, questa sezione della nostra mostra coltiva proprio l’ambizione di far maturare nel lettore, attraverso la conoscenza, una considerazione maggiore di tutto quanto sta “dall’altro lato della pagina”. Se si riflette attentamente sugli aspetti, molteplici e complessi, del processo artigianale che trasforma un’idea nell’albo finito, ci si rende conto di quanto sia prezioso quell’oggetto, all’apparenza modesto, che stringiamo tra le mani, a fronte di un prezzo decisamente irrisorio, per giunta! Quel che abbiamo cercato di fare è stato illustrare la storia di “una storia”, dal soggetto alla distribuzione, attraverso l’esposizione di ferri del mestiere: attrezzi di lavoro di Galep, vecchi cliché in zinco, nonché altri reperti documentali, come fogli originali di sceneggiature di Gianluigi Bonelli, Claudio Nizzi e Guido Nolitta, bozzetti a matita fino alla tavola inchiostrata, quindi stampata. Ritengo che questi aspetti della creazione di una storia a fumetti vadano doverosamente portati in risalto; forse, tale convinzione segna la differenza maggiore dalla mostra che ho organizzato per il cinquantennale di Tex e costituisce uno dei segni distintivi di “Sulle tracce di Tex”. Un’altra riprova di quanto sia importante proporre al pubblico le fasi del ciclo complessivo di lavorazione di un fumetto è costituita dal ricordo di una conversazione avuta con Giovanni Ticci. A differenza di Galep, che era molto incuriosito dalle modalità di produzione degli albi, il bravissimo Ticci mi confessò di non sapere bene (credo che, in fondo, non gli interessasse molto) in che modo le sue tavole si trasformassero in pagine a stampa di formato ridotto. Ecco, direi che, attraverso l’allestimento di questa sezione “tecnica”, abbiamo voluto rendere omaggio a tutti quelli che lavorano dietro le quinte, indispensabili per assicurare all’albo stampato un alto livello di qualità, ma che, a differenza delle “star” (sceneggiatori e disegnatori), non suscitano l’ammirazione del pubblico: disegnatori completatori, letteristi, titolisti, copertinisti, redattori, addetti alla stampa… Aggiungo, e concludo, che anche il catalogo della mostra riserva all’argomento una degna ribalta.

                                         

Per finire: che cosa rappresenta, o può rappresentare, per un giovane lettore il personaggio Tex, ormai privo di quel retroterra cinematografico che rendeva l’epica del western un elemento familiare al vasto pubblico?

Tex ha avuto uno straordinario successo nei primi anni Settanta, proprio in corrispondenza dell’affermarsi del western all’italiana. Nella biografia che dedica a Sergio Leone (“Danzando con la morte”, Il Castoro, n. d. r.), Christopher Frayling cita Tex, molto opportunamente, come antesignano del genere. Fortunatamente, l’affetto dei lettori per Aquila della Notte dura ancora, nonostante il western sia ormai, cinematograficamente, in declino da molti anni. A quel che vedo oggi, i ragazzi più giovani, anche se lontani come spettatori dall’esperienza del cinema western, continuano a seguire un personaggio come Tex con attenzione; si appassionano alle storie più classiche, comprano le ristampe di storie degli anni Cinquanta e le leggono con grande piacere. Un piacere che deriva, secondo me, anche da un altro aspetto: la notevole forza espressiva del bianco e nero. Proprio perché abituati a vedere tutto a colori (e a colori, in genere, molto “gridati”), i ragazzi apprezzano particolarmente una pagina che li cattura emotivamente proprio in virtù di una caratteristica grafica che è in grado di tradurre la sua “povertà” iniziale in segno evocativo e drammatico. Lascia poi allibiti, piacevolmente, che Tex venda ogni anno circa cinque milioni di copie: segno inequivocabile di una sostanza e di una qualità che, dopo quasi sessant’anni, non mostrano segni di cedimento.