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Per il suo debutto texiano, sulle
pagine dell’Almanacco del West 2004 (con Roberto Diso ai pennelli), Pasquale
Ruju ha privilegiato un’ambientazione poco convenzionale, anche se non
inedita nella tradizione western, ma ha messo in campo dei co-protagonisti
decisamente insoliti. Parliamo dei Klamath, una tribù di nativi (che
definivano se stessi “il popolo dei laghi”), noti per l’antica abitudine di
praticare la schiavitù ai danni delle tribù confinanti, e che, nel 1864,
avevano ceduto buona parte del loro territorio agli Stati Uniti, accettando
di rinchiudersi in una riserva. In un classico episodio, scritto da Guido
Nolitta e illustrato da Erio Nicolò, Aquila della Notte aveva addirittura
scoperto che, proprio a due passi dai loro pittoreschi, elaboratissimi totem
e dalle loro tipiche abitazioni di forma semisferica, vive il Sasquatch, “il
sacro spirito dei boschi che conosce ogni segreto della vita”, l’irsuta
creatura, metà uomo e metà scimmia, protagonista di moltissime leggende
pellerossa… Per la nostra chiacchierata con lo sceneggiatore sardo iniziamo
proprio da questa scelta.

Lei sembra aver
affrontato il difficile "duello" con Tex, intrapreso con l’Almanacco del
West 2004, partendo da un’impostazione decisamente spiazzante per un
debutto: anziché accompagnare il lettore in una rassicurante escursione
attraverso il Sud Ovest arroventato dal sole, con i suoi Apaches, Navajos e
Comanches, cioè adottando elementi "classici" della saga texiana, si è
cimentato con un’ambientazione difficile, anche sotto il profilo della
scrittura. Gli scenari del Nord, infatti, suggeriscono un rallentamento
dell’azione non soltanto fisico, ma anche psicologico; cieli lividi, boschi
profondi e silenziosi, montagne incombenti, sentieri impervi in cui è arduo
persino muovere un passo. Per non parlare poi di questi indiani, i Klamath,
così poco assimilati dalla percezione generale dell’epica western…
Un debutto in una serie "nuova" è
sempre impegnativo per ogni sceneggiatore. Trattandosi poi di Tex Willer…
Beh, l'impegno è di quelli che fanno tremare le gambe. È vero, ho voluto
mettere il personaggio in un panorama un po' insolito, anche se Aquila della
Notte e Kit Carson non sono nuovi alle escursioni nel grande Nord, né agli
incontri con i Klamath. Forse è stata proprio la suggestione delle foreste e
delle montagne a scandire i vari passaggi della storia. Suggestione che il
grande Roberto Diso ha trasferito sulla carta in modo magistrale. Grazie,
Roberto! Se vogliamo poi cercare un risvolto più intimo... Beh, Tex si muove
in questa avventura quasi da "straniero", così come io ero "straniero" nella
serie. In questo modo, ho sentito il Ranger un po' più vicino.

Tex e Dylan Dog hanno in comune
soltanto il fatto di essere i due personaggi di maggior successo della Casa
editrice. Per il resto, il tono e le tematiche delle loro avventure non
potrebbero essere più diversi. Tanto sicuro, ai limiti dell’arroganza, l’uno
quanto l’altro è dubbioso e problematico; sbrigativo e rude, Tex sa sempre
da che parte sta la giustizia e da quale il torto. Per Dylan, invece, non
c’è virtù che non s’intrecci anche un po’ al suo contrario e viceversa. Come
è stato passare dalle caratteristiche psicologiche dell’Indagatore
dell’Incubo a quelle di Aquila della Notte?
Non molto facile, al principio. Ho trascorso alcune settimane di "full
immersion" nelle atmosfere texiane, andandomi a rileggere tutti i più
importanti episodi della serie. Poi c'è stato un lavoro sul linguaggio, per
il quale fortunatamente ho potuto contare sull'aiuto prezioso di Decio
Canzio e di Sergio Bonelli in persona. Alla fine, credo di essermi in
qualche modo "immedesimato" nel granitico Willer, fino a provare un
autentico divertimento. Mi sono divertito a "seguire" quasi più che
"dirigere" le sue avventure. È stato un po' come cavalcare un purosangue che
conosce perfettamente il sentiero. Lui parte al galoppo, e tu... ti tieni
forte e vai. Come narratore, uno dei massimi piaceri per me è arrivare al
momento in cui la storia sembra scriversi da sola. Dopo tutto il lavoro
preparatorio, quello di sceneggiatura vera e propria si è svolto più o meno
in questo modo. Al galoppo, dall'inizio alla fine.

Qual è il suo rapporto con Tex? Era
una presenza familiare nella sua adolescenza o lo ha incontrato soltanto più
tardi, magari per ragioni squisitamente professionali? Se, invece, lei è
stato (o è tuttora) un lettore abituale delle avventure di Aquila della
Notte, quali storie ricorda con più affetto? E tra i tanti personaggi della
saga, tanto dalla parte dei "nostri" quanto tra gli avversari, quale
considera come più riuscito sotto il profilo narrativo o, semplicemente, più
accattivante?
Credo di aver letto almeno un centinaio di albi di Tex, nella mia
adolescenza. Ricordo con particolare piacere le saghe dell'infernale Mefisto,
e di suo figlio Yama, con tutto il loro repertorio di demoni, stregonerie e
morti viventi. Come si vede, già all'epoca mi accingevo a percorrere la
cattiva strada... Per lo stesso motivo, forse, ho sempre apprezzato le
storie con El Morisco. Fra i "cattivi", poi, mi rimase impresso in modo
particolare il protagonista di una storia scritta da Guido Nolitta: il
feroce "El Muerto". Un avversario all'altezza del Ranger, con una faccia che
è difficile scordare.

È già al lavoro su un’altra storia di Tex? Se sì, può anticiparci qualcosa?
Non ho altre storie di Tex in programma, per il momento. Dylan Dog e
un'altra serie sulla quale sto lavorando assorbono completamente il mio
tempo. Ma in futuro... Perché no? Sarebbe bello tornare a cavalcare...
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