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L’appuntamento con l’annuale Dylandogone ha recentemente toccato quota
dodici, con un albo curiosamente intitolato "Piovuto dal cielo". Qui,
l’Indagatore dell’Incubo vede sfrecciare nel firmamento un oggetto strano,
che non è una comune stella cadente, bensì addirittura una capsula
spaziale. E dentro c’è "Roger", un tenero "ET" che dice di provenire da un
pianeta morente, e al quale non pare vero di avere trovato in Dylan e
Groucho una nuova famiglia. Grazie a loro, Roger impara a leggere quintali
di fumetti, restando affascinato dai super-eroi che trionfano sempre sul
Male. Ma la vita vera ha in serbo per lui molte brutte sorprese...
Disegnato da Giovanni Freghieri, "Piovuto dal cielo" porta la firma, per i
testi, di Tito Faraci, uno sceneggiatore poliedrico e sempre sorprendente,
capace di architettare con la stessa disinvoltura trame per Diabolik, per
Topolino, per Nick Raider e… per l’Uomo Ragno! Per l’occasione, abbiamo
chiesto a Faraci di rilasciarci una breve intervista.
Come è nata l'ispirazione per questa storia dylandoghiana (senza
svelare il finale a sorpresa)?
Avevo avuto spesso la
tentazione di scrivere una storia a fumetti che parlasse dei fumetti, e
che, in qualche modo, fosse una riflessione su questa forma d'arte. Ma il
rischio era quello di un’operazione freddamente intellettuale. L'idea
giusta è arrivata in occasione di questo Dylan Dog Gigante. Che è (credo,
spero) soprattutto una storia divertente, piena di colpi di scena. Una
storia che nasce da due storie, dalla loro fusione. C'è una storia di
Dylan Dog, con alcuni elementi classici della serie, e c'è una storia
di... super-eroi, con elementi altrettanto classici. L'insieme, però,
diventa inevitabilmente nuovo, originale. Due mondi fumettistici si
incontrano, senza scontrarsi.
Qual è il tuo rapporto con il personaggio di Dylan Dog? E come
pensi di averlo rivisitato?
In Dylan Dog, vedo anche (ma non
solo) un erede dei contro-eroi noir che ho molto amato e che mi hanno
molto influenzato. Un cavaliere senza macchia e senza paura, disilluso
soltanto in apparenza. Un personaggio fragile e forte assieme. Pieno di
dubbi, tormentato, ma con ideali profondi e incrollabili. Queste
contraddizioni lo rendono "vero", credibile, umano. Accorciano la distanza
fra lui e il lettore. E sono gli elementi che più mi piacciono. E poi DD è
una serie molto divertente e stimolante da scrivere, perché si possono
utilizzare tanti generi, tanti moduli narrativi. Ci sono l'horror, la
commedia, il dramma, l'avventura... tutto questo e altro ancora, insieme.
Come in "Piovuto dal cielo".
Per una curiosa coincidenza, in contemporanea con l'uscita del
Dylandogone, dove appare un super-eroe inventato è uscita anche la tua
storia per l'Uomo Ragno disegnata da Giorgio Cavazzano... Come è nata
l'idea di questa storia per la Marvel e qual è il tuo rapporto con le
storie di super-eroi?
Le radici sono lontane. Ho cominciato a leggere fumetti da bambino,
come tutti. E da bambino non mi ponevo certo problemi di generi e stili.
Nel mio mondo immaginario, Zagor e l’Uomo Ragno volteggiavano assieme, uno
in una foresta e l’altro fra i grattacieli. Ho molto amato i super-eroi,
soprattutto quelli della Marvel. E mi hanno influenzato come autore. Da
Stan Lee e dai suoi eredi, per esempio, ho imparato a raccontare anche gli
spazi di vita "quotidiana" di un eroe fra una mirabolante avventura e
l’altra. A fondere commedia e dramma. L’idea di questa storia è nata un
po’ come una scommessa, durante una fiera del fumetto di Lucca, davanti
allo stand della Panini/Marvel. Ma non avrei mai potuto vincerla senza il
maestro Giorgio Cavazzano. È stata anche un’occasione per tornare a
lavorare con lui, che è stato un po’ il mio mentore. Ed è soprattutto un
grandissimo amico.
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