LA RISCOPERTA DI "KIM"
 
 

Di solito, tentare una rivisitazione a fumetti di un classico letterario, e "Kim" di Rudyard Kipling lo è senz'altro, si rivela un'operazione ad altissimo rischio. Facilissimo, infatti, scontentare tutti: gli appassionati di narrativa a fumetti, che si troveranno di fronte a dialoghi prolissi e fuori ritmo rispetto alla scansione in vignette. Poi, ci sono i difensori della prosa, spesso animati da qualche pregiudizio di troppo nei confronti

del fumetto, e che troveranno piena conferma alla loro diffidenza in una riduzione che scarnifica la vicenda sino alla nuda successione degli eventi, in un impoverimento della narrazione che, non di rado, semplifica le cose al limite della banalità e dell'infantilismo.

Doppio merito, dunque, va riconosciuto alla coppia  formata dal  disegnatore Sergio Tisselli e dallo sceneggiatore Valerio Rontini, che hanno impegnato battaglia su un fronte difficilissimo, riuscendone vittoriosi.  Dalle tavole di "Kim" (pubblicato da Edizioni Hazard) affiora l'India coloniale (non diciamo quella storica,  ma quella che la grande narrativa avventurosa ha radicato nel nostro immaginario)  in tutta la sua imprevedibile alternanza di opulenza e miseria, spiritualità e sensualità terrena, mistero e luminosità. "Tutto merito di Kipling", direte. Vero, ma non soltanto. Il disegno accuratissimo di Tisselli e la ricchezza cromatica delle sue tavole restituiscono ambienti e caratteri con un' eloquenza notevole, che suggerisce una concretezza della rappresentazione stupefacente. Gli odori, i rumori, il palpitare di quella sterminata (e variegata) umanità che abitava l'India ottocentesca sembrano emergere con prepotenza dal volume. Così come l'asciutta narrazione di Rontini ricompone le circa trecento pagine del romanzo in un quinto, sessantatré pagine serrate e dense che dipanano il filo

 

 degli eventi senza mai diminuirne lo spessore, scegliendo con rigorosa consapevolezza cosa (e come) sottrarre, per riscrivere" il percorso di formazione del giovane scavezzacollo anglo-indiano in una prosa che non prescinda dalla sintesi tra parola e immagine, ma anzi la valorizzi al massimo delle sue potenzialità espressive.