ALMANACCO DEL MISTERO 2004
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Esplorare i generi narrativi più popolari, puntando i riflettori sugli autori e i personaggi che, nel corso del tempo, li hanno meglio rappresentati: è questo l'obiettivo che si pone la Collana Almanacchi. E anche l’Almanacco del Mistero 2004, “sponsorizzato” da Martin Mystère continua su questa strada, con un illustratissimo dossier dedicato ai “Mysteri di Germania” a cura di Giulio Cesare Cuccolini. Esploreremo così, con il BVZM, i più gotici mysteri tedeschi: dal Mostro di Düsseldorf ai guerrieri Beserkir, dalla Regina delle Streghe al Dottor Caligari, la Terra dei Nibelunghi ci svela il suo lato “dark”. La storia inedita e completa contenuta nell’Almanacco si intitola “Docteur Mystère e gli orrori del castello maledetto” e vede il ritorno in azione dell’antenato di MM. Il Docteur Mystère in compagnia del fido Cigale, riceve una disperata richiesta d’aiuto da parte di una dama che vive in un sinistro castello, ubicato in Germania, nel cuore di una cupa foresta! Vi diamo qui di seguito una breve anticipazione degli articoli che potete leggere nell’Almanacco.
   

Le foreste della paura

“Nell’autunno del 9 dopo Cristo, l’imperatore Augusto ricevette una notizia ferale. Tre legioni e il corpo delle truppe ausiliarie erano stati completamente annientati in Germania e, vergogna suprema, le loro insegne erano cadute in mano nemica. Si trattava di circa venticinquemila uomini, più di due terzi dell’esercito stanziato sul Reno, al comando del generale Publio Quintilio Varo. L’impressione prodotta a Roma fu enorme e, più tardi, lo storico Gaio Svetonio avrebbe raccontato che l’imperatore stesso era talmente sconvolto che si lasciò crescere la barba e i capelli come un selvaggio e che, in preda a inarrestabili crisi di rabbia, esplodeva in grida furiose, esclamando: “Varo, rendimi le mie legioni!”. L’onta fu tale che i nomi delle sventurate legioni non furono più pronunciati dopo la catastrofe e vennero cancellati per sempre dalla lista dell’esercito. Ai rari sopravvissuti e ai pochi romani fatti prigionieri e poi liberati dalla schiavitù fu proibito di rientrare in Italia. Nessun testimone doveva riferire ciò che aveva visto compiere dal “furor teutonicus”, per timore che i racconti potessero alimentare la psicosi della paura. Com’era stata possibile una simile sconfitta? Agli albori dell’Impero, il fiume Reno segnava la massima espansione romana a Nord-Est. Augusto aveva progettato di estendere i confini sino al fiume Elba, occupando il territorio abitato da diverse tribù germaniche (Catti, Cheruschi, Svebi, Marcomanni, Teutoni, Sicambri...), per lo più in lotta tra di loro. I generali Druso e, poi, Tiberio furono incaricati da Augusto di procedere alla conquista della Germania. Lo fecero concludendo trattati di alleanza con alcune tribù, ma soprattutto distruggendo villaggi, incendiando raccolti, massacrando uomini, donne, bambini e vendendo migliaia di prigionieri come schiavi. Quando Varo, verso la fine dell’anno 6 dopo Cristo, arrivò sul Reno, dov’era stanziato il grosso dell’esercito romano, tutto appariva tranquillo e il nuovo legato in Germania credette che il suo unico compito fosse quello di mantenere la pace e di trasformare la selvaggia Germania in una civile provincia romana, com’era avvenuto per la Gallia. Nel fatidico autunno dell’anno 9, le truppe romane, alla fine della campagna estiva nelle terre oltre il Reno, si apprestavano a rientrare nelle fortezze lungo il fiume per svernarvi. Varo venne fraudolentemente informato dal principe germanico Arminio, in marcia al suo fianco, che una lontana tribù si era ribellata. Il comandante romano decise allora di compiere una deviazione per impartire una lezione ai rivoltosi. I principi germanici al suo seguito presero regolarmente congedo con la scusa di mobilitare le loro truppe, alle quali ricongiungersi successivamente all’armata romana. La marcia delle tre legioni, delle truppe ausiliarie e dell’interminabile fila di carriaggi carichi di pesanti bagagli procedette faticosamente lungo la selva di Teutoburgo su un terreno arduo, coperto da una fitta vegetazione, rotto da numerose voragini, reso melmoso dalla fittissima pioggia…”.

La stirpe dei dannati

“Nell’autunno del 1589, gli abitanti e i cani di Bedburg, cittadina nei pressi di Colonia, erano sulle tracce di un “lupo” che, da tempo, terrorizzava i dintorni, strappando brandelli di carne dai corpi delle sue vittime, prima di divorarne il cuore e altri organi. La belva, che da poco aveva attaccato un gruppo di bambini e ne aveva quasi sgozzato uno, era stata vista ergersi sulle zampe posteriori mentre si rifugiava in un boschetto. Ma dalla macchia, contrariamente all’attesa, uscì un tale Peter Stubbe, abitante dei dintorni e noto ai più. Portato davanti ai magistrati, sotto la minaccia della tortura, Stubbe confessò un’inaudita serie di crimini commessi in un quarto di secolo. Fin dall’età di dodici anni, si era dedicato a pratiche di stregoneria e, più tardi, pare che il Diavolo gli avesse regalato una cintura magica che, indossata, gli faceva assumere immediatamente le sembianze di “un lupo rapace, forte e possente, con grandi occhi che nella notte scintillavano come braci infuocate, con una bocca grande e larga, denti aguzzi e crudeli, un gran corpo e zampe possenti”. Gli bastava togliere la cintura per riacquistare sembianze umane. Nelle vesti del licantropo, Stubbe iniziò a vendicarsi di coloro che non gli andavano a genio, azzannandoli alla gola o agli arti. Sviluppò così il piacere di veder scorrere sangue, il che lo spinse a cercare altre vittime soprattutto tra le ragazze che mungevano le mucche nei campi o pascolavano le greggi; spesso aggredì anche agnelli, pecore, capre e altri animali, nutrendosi della loro carne cruda. Era diventato un tale “insaziabile succhiatore di sangue” che non passava giorno senza che ne spargesse... Sull’onda dello scalpore suscitato dalla vicenda, su di essa fu redatta una breve relazione, intitolata Vita e morte di Peter Stubbe e corredata di una serie di immagini, successivamente diffusa a stampa e tradotta anche in inglese; un esempio di precoce giornalismo illustrato, diretto un po’ all’edificazione del lettore e un po’ a stimolarne la morbosità. Il tribunale di Bedburg riconobbe Stubbe colpevole della morte di sedici persone e lo condannò al terribile supplizio della ruota, che consisteva – reggetevi forte! – nel venire legato ai raggi di una comune ruota di carro per poi essere dilaniato con pinze arroventate, in dieci punti diversi del corpo; infine, i resti dovevano essere ridotti in cenere. L’amante di Stubbe, Katherine Tropin, e la figlia Beel, riconosciute entrambe complici di diversi crimini commessi dal licantropo, furono condannate al rogo e bruciate lo stesso giorno in cui venne giustiziato il mostro. Dopo l’esecuzione, su consiglio dei magistrati del tribunale di Bedburg, fu eretto una specie di macabro monumento che servisse da monito per la popolazione. La ruota utilizzata per la terribile cerimonia venne infilzata su un alto palo piantato in terra. Sulla punta del palo venne conficcata la testa di Stubbe e, sotto di essa, venne posta la sagoma di un lupo per mostrare in quale forma lo stregone aveva commesso quegli orrendi crimini. Intorno alla ruota furono appese sedici stecche di legno lunghe un metro circa, quale simbolo delle persone che erano state uccise. Al di là dell’ignobile comportamento di Peter Stubbe, varrebbe la pena di sapere se confessò spontaneamente, per evitare la tortura, o se la confessione gli fu estorta con la tortura. Varrebbe altresì la pena di indagare per quale motivo il tribunale non attribuì alcuna importanza alla cintura magica, che avrebbe dovuto costituire la prova inconfutabile dei rapporti malefici di Stubbe con il Demonio. Questa non fu mai rintracciata né in casa dell’imputato né nella valle dove egli sosteneva di averla abbandonata. Il tribunale si limitò a dichiarare che la cintura magica era tornata in possesso del Diavolo dal quale era venuta…”.

Lo schermo demoniaco

“Madame De Stael (1766-1817), brillante intellettuale e poliedrica scrittrice francese, in un’acuta analisi sulla Germania romantica della sua epoca scrisse: “Fonte inesauribile degli effetti poetici in Germania è il terrore. I fantasmi e gli stregoni piacciono al popolo come all’uomo di cultura”. E Heinrich Heine (1797-1856), considerato uno dei più grandi poeti tedeschi, ribadiva il concetto, dichiarando: “Lasciate a noi tedeschi i terrori della follia, del sogno febbrile, del mondo degli spiriti. La Germania è un paese più adatto alle vecchie streghe, ai golem di ogni sesso...”. Questa predilezione per le saghe tragiche e le leggende cupe, per il mondo fantastico in cui esse fioriscono e per il clima irreale in cui sono immerse, non è stato comunque un atteggiamento esclusivo dell’età romantica, ma ha accompagnato lo spirito teutonico anche in epoche anteriori e successive, manifestandosi in forme più o meno accentuate, a seconda dei periodi. L’avvento del cinema offrì ai cineasti germanici la possibilità di sviluppare e trattare gli argomenti più disparati con tecniche e mezzi nuovi, nonchè spettacolari e altamente suggestivi. Tuttavia, la loro naturale inclinazione per le tematiche tenebrose e da brivido si impose con forza fin quasi dall’inizio. Nel 1913, il lungometraggio L’altro, diretto da Max Mack, racconta il caso di un avvocato che non crede nel fenomeno dello sdoppiamento, ma finisce per restarne vittima egli stesso. Contemporaneamente, Stellan Rye, con Lo studente di Praga, mette in scena il dramma di un giovane squattrinato che faustianamente cede la propria ombra al mago Scapinelli, incarnazione di Satana, in cambio di un matrimonio vantaggioso e della più smodata ricchezza. Nel 1914, Paul Wegener realizza, assieme allo sceneggiatore Henrick Galeen, Il Golem, vicenda ispirata a una vecchia leggenda ebraica praghese in cui un antiquario, che ha trovato la formula magica trascritta da un rabbino, la sperimenta, riuscendo a infondere la vita in un enorme colosso d’argilla; così animato, il Golem s’innamora, ma, respinto, provoca svariati disastri finché precipita da una torre e muore (Wegener realizzerà altre due pellicole dedicate all’inquietante creatura, rispettivamente nel 1917 e nel 1920). Nel 1916, Otto Rippert dirige Homunculus, dove un essere umano, creato artificialmente e fisicamente deforme, nell’impossibilità di essere amato, si vendica provocando lutti e disastri, finché non viene colpito da un fulmine provvidenziale. In questi quattro film, sono presenti tematiche che ritorneranno con insistenza, e con maggiore profondità simbolica, nella produzione cinematografica tedesca degli anni Venti…”.