| |
Clickate sulle immagini per ingrandirle.
|
Con il numero 6, in edicola dal 10 novembre, la carovana di Nest Point raggiunge metà del suo percorso in edicola. Nei primi cinque episodi, Michele Medda si è soffermato sulle storie personali di alcuni dei viaggiatori che, in seguito a uno spaventoso evento celeste, sotto l’occhio vigile dell’esercito degli Stati Uniti, sono partiti alla volta di una destinazione misteriosa... È giunto il momento di puntare i riflettori sul passato della famiglia Donati e di fare un tuffo nell’Italia degli anni’80. È lo stesso creatore della serie a fare il punto della situazione, rispondendo alle domande di questa nostra intervista.
Le prime sei storie di Caravan ci hanno fatto conoscere meglio alcuni dei protagonisti della serie e il nostro sguardo si è sempre soffermato sul loro passato. Un passato spesso tormentato. Hai deciso di far soffrire i tuoi personaggi, per farli crescere?
Premesso che un passato "tormentato" è sempre narrativamente più efficace di un'infanzia spensierata, non credo che la sofferenza faccia automaticamente "crescere". Le persone hanno reazioni differenti rispetto al dolore. C'è chi ne è annientato, chi cerca di rimuoverlo, chi inasprisce il proprio carattere, chi in qualche modo elabora la sofferenza. Da un certo punto di vista i Donati sono stati fortunati, hanno avuto una vita serena e senza scosse. Vedremo se la loro fortuna durerà fino alla fine della serie.
Dopo un tentativo di "ribellione" all'autorità militare, negli ultimi episodi la carovana di Nest Point sembra meno combattiva. Pensi che persino una situazione estrema come quella raccontata in Caravan possa venire accettata, da chi vi è coinvolto, col passare del tempo?
Penso che, in generale, l'ignavia sia sempre più comoda dell'azione. E per rendercene conto basta guardarsi attorno. Quanti piccoli soprusi accettiamo perché costa troppo alzare la testa? Qual è il prezzo che paghiamo per salvaguardare la nostra confortevole routine quotidiana?
Nel sesto albo, in edicola in questi giorni, finalmente ci racconti un po' di storia della famiglia Donati. Spesso si dice che i nostri fumetti vengono raramente ambientati in Italia perché personaggi che si chiamano Michele o Luca cedono il passo al maggior fascino di un nome straniero, come Jack o Steve. Come ti sei trovato ad architettare quest'avventura fiorentina e a far recitare l'italianissimo Massimo?
In termini di ritmo e struttura non ci sono grandi differenze con le altre serie. Il "parlato", invece, pone diversi problemi. Il fumetto necessita di dialoghi sintetici, il che porta a una grande "artificiosità" dei dialoghi, a discapito del realismo. Per non parlare poi della difficoltà di inserire espressioni dialettali senza sembrare ridicoli. Andrea Pazienza aveva una grande capacità di riprodurre la parlata quotidiana nelle sue storie, ma non faceva certo un tipo di fumetto "generalista" come il nostro. In ogni modo, resto convinto che il grande balzo che il fumetto italiano deve ancora fare è elaborare un'ambientazione italiana, uno scenario italiano dell'avventura e del fantastico. Lo ha fatto la letteratura, lo ha fatto il cinema, lo ha fatto perfino la tivù (che ha un pubblico molto più vasto del nostro), quindi non capisco perché non può farlo il fumetto.
Puoi anticiparci qualche elemento delle storie che leggeremo nei prossimi mesi e, magari, svelarci in anteprima il mistero delle "strane nuvole"?
Il lungo flashback del numero 9 sarà l'ultima "storia nella storia" della serie, e da quel punto si seguirà la linea temporale del presente. Quanto al mistero delle nuvole, dovrebbe essere svelato nel numero 12. Beh... forse. |