| CUSTER: UNA LEGGENDA SENZA FINE! |
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Ha ancora senso
parlare oggi della battaglia di Little BigHorn a centoventicinque anni
di distanza dal suo svolgimento, dopo che decine di libri, film e fumetti
l'hanno ricostruita nei minimi particolari, sotto ogni punto di vista?
Serve ancora a qualcosa investigare sui retroscena della più
celebrata e studiata delle battaglie campali della storia americana?
Evidentemente sì, visto l'interesse che hanno suscitato nei lettori
la storia di Claudio Nizzi e Giovanni Ticci pubblicata sui numeri 490,
491
e 492
della serie inedita di Tex, ma anche la serie di episodi di
Magico Vento (numeri:
44,
45,
46,
47)
, sceneggiati da Gianfranco Manfredi e
illustrati rispettivamente da Ivo Milazzo, Pasquale Frisenda, Goran
Parlov, Giuseppe Barbati e Bruno Ramella. Anche in campo saggistico,
comunque, sono davvero numerosi i volumi dedicati alla controversa figura
del generale dai "capelli gialli", in cui si ricostruisce
il fatidico episodio, scoprendone di volta in volta particolari inediti
o inusitati. Per esempio, Domenico Rizzi, già autore di altri
due libri in tema ("Hoka Hey! - L'ultima guerra indiana" e
"Tremila cavalieri indiani"), ha dato alle stampe "Il
giorno di Custer - La battaglia di Little Big Horn"(Editrice Actac),
dove spiega chiaramente che "si è molto insistito sul carattere
violento e sulla fredda determinazione di Custer di annientare i Pellerossa,
sulla sua smodata ambizione e sul progetto pazzesco di volerli sconfiggere
con soli seicento uomini. I riscontri storici lasciano invece forti
perplessità sulla presunta irrealizzabilità del piano,
così come smentiscono categoricamente che l'ufficiale nutrisse
rancori verso i Sioux e i Cheyenne. Semplicemente, da militare di carriera
investito di una missione, cercava di compierla al meglio e combatteva
gli Indiani forse con minore animosità di quanta ne avesse dimostrata
contro i confederati di Robert Lee. Che la carica condotta al Little
BigHorn, frazionando il reggimento in quattro battaglioni, fosse un
errore, non è assolutamente provato. La Storia è piena
di colpi di mano risoltisi con sfolgoranti vittorie della parte considerata
in inferiorità numerica. Se si vogliono ricercare i motivi della
disfatta", conclude Rizzi, "occorre invece analizzare tutta
la sequenza degli spostamenti del Settimo Cavalleria sul luogo oggi
denominato 'Custer's Battlefield', nel Montana... Così facendo,
gli studiosi potrebbero scoprire una serie di incertezze, improvvisazioni
tattiche e ritardi nell'esecuzione delle relative manovre, a cui si
aggiungono i sospetti, erroneamente e frettolosamente ritenuti certezze,
che gli Indiani conoscessero le mosse delle truppe americane fin dal
loro arrivo sul posto. Con un piano più accorto e meno condizionato
da congetture, i seicentoquarantasette uomini di Custer avrebbero potuto
sbaragliare l'avversario e metterlo in fuga disordinatamente, spingendolo
con ogni probabilità nelle braccia della colonna degli ufficiali
Terry e Gibbon. Quindi, la pazzia di Custer non c'entra nulla: il proposito
era di non lasciarsi sfuggire gli Indiani, che davano l'impressione
di volersene andare alla svelta da quella vallata. La vittoria pellerossa
al Little BigHorn fu trovata quasi per caso. Nessun condottiero indiano
aveva in mente di mettersi a combattere Custer, anche perché
pochissimi nativi lo conoscevano. Fino al termine del combattimento,
quasi tutti i Sioux pensarono di avere affrontato e battuto una seconda
volta il generale Crook, costretto a ritirarsi dieci giorni prima al
fiume Rosebud. Gli indiani vinsero questa battaglia, la più grande
ma anche la più inutile della loro storia, in virtù del
coraggio, della tempestività negli interventi e della lunga abitudine
alla guerra". Per dimostrare questa sua teoria, Rizzi costruisce
un agile opuscolo che descrive sia il carattere di Custer che quello
dei suoi avversari e il luogo e la dinamica dello scontro, con una precisa
appendice di foto e cartine. "Fu un combattimento molto duro; durissimo
per tutto il tempo", ebbe a ricordare, tempo dopo, il guerriero
cheyenne Lupo Coraggioso. "Ho preso parte a diverse battaglie assai
dure, ma non ho mai visto uomini tanto coraggiosi!".
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