CUSTER: UNA LEGGENDA SENZA FINE!
La fine di Custer secondo Emilio Salgari Custer visto da Gianfranco Manfredi
Custer visto da Claudio Nizzi
Custer visto da Sergio Bonelli

 


 

 

Ha ancora senso parlare oggi della battaglia di Little BigHorn a centoventicinque anni di distanza dal suo svolgimento, dopo che decine di libri, film e fumetti l'hanno ricostruita nei minimi particolari, sotto ogni punto di vista? Serve ancora a qualcosa investigare sui retroscena della più celebrata e studiata delle battaglie campali della storia americana? Evidentemente sì, visto l'interesse che hanno suscitato nei lettori la storia di Claudio Nizzi e Giovanni Ticci pubblicata sui numeri 490, 491 e 492 della serie inedita di Tex, ma anche la serie di episodi di Magico Vento (numeri: 44, 45, 46, 47) , sceneggiati da Gianfranco Manfredi e illustrati rispettivamente da Ivo Milazzo, Pasquale Frisenda, Goran Parlov, Giuseppe Barbati e Bruno Ramella. Anche in campo saggistico, comunque, sono davvero numerosi i volumi dedicati alla controversa figura del generale dai "capelli gialli", in cui si ricostruisce il fatidico episodio, scoprendone di volta in volta particolari inediti o inusitati. Per esempio, Domenico Rizzi, già autore di altri due libri in tema ("Hoka Hey! - L'ultima guerra indiana" e "Tremila cavalieri indiani"), ha dato alle stampe "Il giorno di Custer - La battaglia di Little Big Horn"(Editrice Actac), dove spiega chiaramente che "si è molto insistito sul carattere violento e sulla fredda determinazione di Custer di annientare i Pellerossa, sulla sua smodata ambizione e sul progetto pazzesco di volerli sconfiggere con soli seicento uomini. I riscontri storici lasciano invece forti perplessità sulla presunta irrealizzabilità del piano, così come smentiscono categoricamente che l'ufficiale nutrisse rancori verso i Sioux e i Cheyenne. Semplicemente, da militare di carriera investito di una missione, cercava di compierla al meglio e combatteva gli Indiani forse con minore animosità di quanta ne avesse dimostrata contro i confederati di Robert Lee. Che la carica condotta al Little BigHorn, frazionando il reggimento in quattro battaglioni, fosse un errore, non è assolutamente provato. La Storia è piena di colpi di mano risoltisi con sfolgoranti vittorie della parte considerata in inferiorità numerica. Se si vogliono ricercare i motivi della disfatta", conclude Rizzi, "occorre invece analizzare tutta la sequenza degli spostamenti del Settimo Cavalleria sul luogo oggi denominato 'Custer's Battlefield', nel Montana... Così facendo, gli studiosi potrebbero scoprire una serie di incertezze, improvvisazioni tattiche e ritardi nell'esecuzione delle relative manovre, a cui si aggiungono i sospetti, erroneamente e frettolosamente ritenuti certezze, che gli Indiani conoscessero le mosse delle truppe americane fin dal loro arrivo sul posto. Con un piano più accorto e meno condizionato da congetture, i seicentoquarantasette uomini di Custer avrebbero potuto sbaragliare l'avversario e metterlo in fuga disordinatamente, spingendolo con ogni probabilità nelle braccia della colonna degli ufficiali Terry e Gibbon. Quindi, la pazzia di Custer non c'entra nulla: il proposito era di non lasciarsi sfuggire gli Indiani, che davano l'impressione di volersene andare alla svelta da quella vallata. La vittoria pellerossa al Little BigHorn fu trovata quasi per caso. Nessun condottiero indiano aveva in mente di mettersi a combattere Custer, anche perché pochissimi nativi lo conoscevano. Fino al termine del combattimento, quasi tutti i Sioux pensarono di avere affrontato e battuto una seconda volta il generale Crook, costretto a ritirarsi dieci giorni prima al fiume Rosebud. Gli indiani vinsero questa battaglia, la più grande ma anche la più inutile della loro storia, in virtù del coraggio, della tempestività negli interventi e della lunga abitudine alla guerra". Per dimostrare questa sua teoria, Rizzi costruisce un agile opuscolo che descrive sia il carattere di Custer che quello dei suoi avversari e il luogo e la dinamica dello scontro, con una precisa appendice di foto e cartine. "Fu un combattimento molto duro; durissimo per tutto il tempo", ebbe a ricordare, tempo dopo, il guerriero cheyenne Lupo Coraggioso. "Ho preso parte a diverse battaglie assai dure, ma non ho mai visto uomini tanto coraggiosi!".
Furono due gli eroi che giocarono un ruolo-chiave su quel campo di battaglia: un generale bianco e un guerriero rosso, chiamato Cavallo Pazzo. A questi due uomini che morirono violentemente così come erano vissuti è dedicato, per l'appunto, "Cavallo Pazzo e Custer", di Stephen E. Ambrose, pubblicato per la prima volta in Italia nel 1978 e oggi reperibile nella collana Bur della Rizzoli. Custer morì a trentotto anni, Cavallo Pazzo a trentadue, ed entrambi erano uomini indomiti, appassionati cacciatori, abili combattenti, ambiziosi condottieri. E, in particolare, amavano entrambi galoppare a perdifiato per le sterminate pianure del Nord America. Custer e Cavallo Pazzo si incontrarono due volte appena, e sempre in combattimento: sulle rive dello Yellowstone nel 1873 e su quelle del Little Big Horn nel 1876. Ambrose ricostruisce nei minimi dettagli la breve esistenza di questi due fatidici antagonisti, fin da quando erano "giovani guerrieri", scavando nel profondo dei loro ricordi e di quelli delle persone che li circondavano. "Con il mio 7° Cavalleria, sarei in grado di annientare tutti gli indiani del Continente!", si vantava improvvidamente Custer in una delle sue ultime lettere alla moglie Libbie. "Hoka hey!", gridò Cavallo Pazzo, il 25 giugno 1876, a Little Big Horn. "Questo è un giorno propizio per combattere! È un buon giorno per morire! Chi ha cuore forte, chi ha cuore audace vada avanti! Rimangano indietro i deboli e i vili!".
Come potete vedere, le discussioni in merito sono tutt'altro che finite e anche per questo vi offriamo qui di seguito due interviste esclusive a Nizzi e Manfredi, un testo firmato da un altro custerofilo doc, il nostro editore Sergio Bonelli (che al tema ha dedicato una delle sue recenti rubriche di corrispondenza con i lettori) e un reperto d'epoca, breve ma altamente drammatico, firmato da Emilio Salgari e tratto dalla prima edizione del suo romanzo "La Scotennatrice". Ovviamente, nonostante la dovizia di particolari presentataci, Salgari non assistette personalmente allo scontro ma desunse la sua descrizione da quello che lesse in romanzi e cronache dell'epoca e in particolare dalle pagine di "Avventure di un birichino di Parigi nel Paese dei Bisonti", di Bounessard. Da questo celebre feuilleton salgariano, interamente dedicato al mondo della Frontiera, venne tratta, negli anni Trenta, una splendida riduzione a fumetti realizzata da Rino Albertarelli, reperibile in una preziosa edizione per amatori edita da Camillo Moscati per Cartoon Museum