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UN "CLASSICO" PER JULIA! |
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Finalmente, dopo tanti eroi maschi, una donna (e che donna!) si accinge a difendere i colori di Casa Bonelli, nella serie di volumi intitolata "I Classici del Fumetto" e messa in vendita settimanalmente in abbinamento con il quotidiano "La Repubblica". Parliamo di Julia, che segue, con identica determinazione, i suoi colleghi Tex, Dylan Dog, Ken Parker, Zagor, Martin Mystère e Nathan Never, già ospiti nei mesi scorsi della popolare collezione, proponendo due episodi assai diversi per toni e atmosfere. Dall'angoscia legata al rapimento di un bambino di "Jerry è sparito" passiamo a un'avventura ambientata in una riserva indiana, "Se le montagne muoiono", che sviluppa il tema dell'integrazione e dei diritti delle minoranze, ma anche del difficile equilibrio tra la necessità di salvaguardare un'identità culturale tradizionale e quella di adattarsi a un mondo le cui regole sono dettate, inesorabilmente, dai vincitori. Per l'occasione, abbiamo rivolto qualche domanda al creatore del personaggio, Giancarlo Berardi. |
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La presenza di Julia nella collezione proposta da “La Repubblica” mi è stata comunicata proprio con la motivazione che si tratta di un fumetto che ha salde radici nel passato, per i riferimenti culturali che dichiara, ma anche per una marcata proiezione nel futuro, quasi un personaggio in grado di tracciare, nell’ambito del nostro mezzo espressivo, qualche percorso narrativo non ancora (troppo) battuto. Sono decisamente contento di un riconoscimento così prestigioso. In quanto al “debito” contratto con il cinema, sia come linguaggio che come suggestione, si tratta di una prerogativa del mio modo di scrivere fin dai tempi in cui era tutt’altro che usuale sceneggiare un fumetto secondo una scansione di taglio cinematografico; mi ha spinto ad adottare accorgimenti narrativi che, in luogo delle abituali (e comode) didascalie, rendessero il senso dei flussi temporali attraverso il montaggio, le dissolvenze, gli stacchi e la | ||
| recitazione dei personaggi. Questo implica, ovviamente, anche una maggior responsabilità del disegnatore. Quando penso a una storia, una volta che ne ho definito le caratteristiche, so già chi dovrà disegnarla; è la storia stessa che impone, in un certo senso, la scelta del disegnatore, richiedendo determinate peculiarità espressive. Sì, nella mia scrittura c’è tanto cinema. Non soltanto quello americano dell’epoca d’oro di Hollywood (e, ovviamente, non soltanto la commedia brillante, ma anche l’epica di John Ford o, per citare un autore di tutt’altra estrazione, Akira Kurosawa). Trovo una grande lezione nella commedia all’italiana di Mario Monicelli, Ettore Scola, Dino Risi, come pure in autori meno blasonati, per esempio Camillo Mastrocinque e il suo “La banda degli onesti”, con attori come Totò, Peppino De Filippo e Giacomo Furia, capaci di riproporre su un canovaccio esilissimo tutto il repertorio di artifici scenici che deriva direttamente dalla plurisecolare tradizione della Commedia dell’Arte. Scrittori di cinema, come Age & Scarpelli, Cesare Zavattini, Vittorio De Sica fanno tutti parte del mio “pozzo di San Patrizio”. | |||
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Noir, commedia sentimentale, umorismo e impegno civile. Questi, di primo
acchito, sembrano gli elementi base delle storie di Julia. Ma l’atmosfera
iniziale delle indagini in cui la criminologa dal volto di Audrey Hepburn è
coinvolta ogni mese era molto più cupa e angosciosa di quanto non accada da
qualche tempo. A che cosa si deve questo cambio di rotta, dalla
rappresentazione dei lati più oscuri dell’animo umano a un registro virato
su toni più “leggeri”? Essenzialmente a due fattori. Il primo è che il carattere cupo e “grandguignolesco” dei primi episodi spingeva la serie in una direzione già esplorata da un certo tipo di cinema e romanzo noir, con il rischio di diventare un po’ limitativo. Il secondo motivo di questo aggiustamento di percorso è dovuto a una richiesta di Sergio Bonelli, che voleva attenuare gli aspetti più foschi delle storie, per renderle più vicine alla tradizione della Casa editrice e anche alle aspettative del tipico lettore bonelliano. Ho acconsentito di buon grado, concentrandomi di più sugli aspetti psicologici dei personaggi, le loro contraddizioni e fragilità. In Julia, diversamente che in Ken Parker, il racconto in prima persona, attraverso il diario, diventa un modo per coltivare uno stile di scrittura più denso, più “di parola” che di immagine. In definitiva, un modo di sperimentare registri narrativi diversi. |
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I lettori abituali di
fumetti, e naturalmente i lettori bonelliani in particolare, la conoscono e
l’apprezzano da molti anni. L’iniziativa editoriale de “La Repubblica”,
però, è diretta a un pubblico più ampio, magari curioso ma non
necessariamente legato al fumetto da quel patto di complicità, quasi
naturale, stretto dagli aficionados. Come vive l’occasione di rivolgersi,
attraverso il suo personaggio, a questi nuovi lettori? Lo vivo molto serenamente e anche con una certa fiducia. Il problema di ogni produzione culturale, oggi, è il sovraffollamento di proposte, che tende a far sparire chi non è in grado di sostenersi con grandi apparati mediatici e pubblicitari. Quindi, l’obiettivo principale è guadagnare visibilità, ed è indubbio che questa iniziativa de “La Repubblica” costituisca un’eccellente ribalta, non soltanto per Julia, ma per il fumetto |
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| in generale. Conforta vedere che, finalmente, si inizia a guardare al fumetto come a un prodotto culturale di pari dignità con gli altri e che, come il cinema, la letteratura o il teatro, può essere di maggiore o minore qualità, ma non è deprecabile per principio, come certo provincialismo accademico ancora si ostina a pensare, almeno in Italia. Sì, credo proprio che operazioni editoriali come questa siano una formidabile occasione per rilanciare le sorti della letteratura disegnata. | |||
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