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ZAGOR: AVVENTURA IN ALTA QUOTA! |
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Con l’albo “Gli indiani della prateria”, in edicola a settembre, ha
avuto inizio per lo Spirito con la Scure un lungo viaggio dalle verdi
vallate dei dintorni di Darkwood fino agli aspri picchi innevati delle
Montagne Rocciose. Come nella migliore tradizione avventurosa zagoriana,
non si tratta certo di una gita di piacere, perché il peregrinare dello
Spirito con la Scure e del suo inseparabile amico Cico, come abbiamo
visto negli ultimi albi, è costellato di insidie imprevedibili e di
pericoli celati dietro ogni angolo. Abbiamo incontrato Moreno Burattini
(lo vedete qui accanto, in una foto scattata sul Monte Bianco ),
sceneggiatore della storia, per dare un'occhiata dietro le quinte
dell'avventura.
Zagor ha sempre viaggiato molto nel corso delle sue avventure, ma questa è la prima volta che si cimenta in una arrampicata sulle montagne… In realtà, Zagor ha più volte dimostrato di possedere eccezionali doti di “free climber”, riuscendo a scalare con la sola presa delle mani pareti di rocce o facciate di edifici, né sono mancate le occasioni in cui, per un motivo o per un altro, si è trovato ad attraversare valichi montani, addirittura nel corso di tormente di neve e rischiando di essere travolto dalle valanghe. Quello che non aveva mai fatto prima è, invece, partecipare a una vera e propria spedizione alpinistica, aggregandosi (costretto dagli eventi) a una comitiva di scalatori, intenzionati ad arrampicarsi su una vetta delle Montagne Rocciose senza altro scopo se non la sfida sportiva contro se stessi e la natura. L’alpinismo è uno sport che nacque in Europa nella seconda metà del Settecento, e si estese poi nel resto del mondo. Forzando appena un po’ le cose, ho pensato di introdurlo anche negli Stati Uniti degli anni tra il 1830 e il 1840, sia pure nella fase pionieristica dei primordi, in modo che anche Zagor potesse confrontarsi con questa nuova pratica. Inizialmente, lo Spirito con la Scure neppure capisce perché mai qualcuno voglia arrampicarsi fin sulla vetta di una montagna, non essendoci niente, lassù in cima, che essi debbano recuperare, e visto che neppure sono intenzionati a valicare il monte per procedere oltre. Il che corrisponde all’atteggiamento dei valligiani delle pendici del Monte Bianco che non capivano perché Ferdinand de Saussure volesse scalare la loro montagna. Poi, man mano che l’avventura si dipana, Zagor comincia a intuire ciò che anima gli alpinisti e si lascia perfino contagiare dalla loro passione. Nella mia veste di sceneggiatore sono sempre attento a spunti nuovi e originali che possano servire per la serie dello Spirito con la Scure, che il suo creatore Guido Nolitta ha caratterizzato fin dall’inizio per una costante varietà di temi. Nato come sono in una località di montagna, inoltre, ho da sempre la passione per il trekking in quota, e leggo volentieri libri che parlano di alpinismo, pur non avendo, personalmente, mai compiuto imprese sportive degne di questo nome, come invece ha fatto un altro sceneggiatore di Zagor, Mauro Boselli, che è un provetto alpinista. È stato proprio leggendo un libro di Reinhold Messner sulla storia di George Mallory, lo scalatore scomparso sull’Everest negli anni Venti del secolo scorso, che mi è venuto in mente di trattare di alpinismo anche sulle pagine di Zagor: un tema ancora inedito, nonostante gli oltre quarantacinque anni di avventure del personaggio. Nella scelta di arrivare alla scalata vera e propria soltanto nella seconda parte della storia c’è, sicuramente, anche la necessità di rendere il più zagoriano possibile un racconto che altrimenti avrebbe mostrato unicamente strapiombi e fasi di arrampicata. Avevo bisogno di tempo e di spazio per caratterizzare i personaggi, mostrando squarci del loro passato e creando occasioni di confronto, di contrasto e di dialogo. Se avessi cominciato a farlo ad ascensione avviata, le difficoltà affrontate dagli scalatori sarebbero state tutte di tipo alpinistico: la storia si sarebbe dipanata praticamente aggrappata alle rocce e avrebbe potuto sembrare monotona. Inoltre, mi sono posto il problema di dove collocare una montagna degna di essere scalata. Considerando che la catena degli Appalachi, situata più o meno vicino alla regione dove idealmente si trova Darkwood (tra Ohio e Pennsylvania), ha la sua massima cima nel monte Mitchell che è alto poco più di duemila metri, è stato inevitabile pensare alle Montagne Rocciose. Questo comportava, dunque, la necessità di un viaggio attraverso le Grandi Praterie da compiersi per raggiungere la vetta da conquistare, il che veniva utile appunto per creare tutte le premesse a quanto sarebbe poi accaduto durante l’ascensione. Inoltre, solo in tempi recenti gli alpinisti hanno cominciato a raggiungere la base della montagna da scalare con rapidi viaggi in aereo, in elicottero, o in automobile: in passato, le marce di avvicinamento alle cime prescelte erano lunghissime e duravano a volte dei mesi, come appunto nel caso di George Mallory durante i suoi ripetuti tentativi di conquista dell’Everest. Mallory fu costretto a partire dal livello del mare, dopo essere giunto in India via nave, e poi a risalire lentamente a piedi l’Himalaya. Gli alpinisti della storia di Zagor si cimentano dunque nella traversata delle pianure tra il Mississippi e le Montagne Rocciose e devono superare varie difficoltà anche in questa fase precedente alla scalata. Tuo complice in questa avventura sviluppata in quattro episodi è Michele Rubini, un disegnatore giovane e ricco di talento che gli zagoriani hanno già conosciuto sull'Almanacco dell'Avventura 2005. Come ti sei trovato a lavorare con lui e quali sono gli aspetti del suo stile che apprezzi maggiormente? Sono stato uno dei primi ad aver visto le prove con cui Michele, ancora giovanissimo allievo di un grande disegnatore come Stefano Andreucci, tentava di proporsi per Zagor: subito ne ho apprezzato il tratto efficace, preciso, lucido, ponderato e dinamico al tempo stesso. La breve storia “L’uomo della pioggia”, apparsa sull’Almanacco dell’Avventura 2005, è servita a dimostrare le sue capacità e, al tempo stesso, a fargli da palestra prima dell’esordio sulla serie regolare. Dopo averlo visto all’opera, non ho avuto dubbi sul fatto che fosse in grado di realizzare una vicenda impegnativa come quella che avevo in mente di scrivere, piena di continui cambi di scenari e di situazioni (si parte in un forte militare, ci si trasferisce nelle praterie, Zagor affronta bisonti e indiani Sioux, incontano geyser e foreste, si arrampica sulle rocce, attraversa un ghiacciaio, eccetera), e soprattutto lunga ben quattro albi. Tre anni di lavoro, per i ritmi di Rubini. Servono davvero costanza e carattere. A storia ormai realizzata, sono molto soddisfatto del lavoro di Michele, che si è prestato peraltro a seguire la documentazione fornita, fatta di foto e illustrazioni d’epoca, film e documentari di montagna. Michele dice di essersi molto divertito, e io spero che sia vero. Soprattutto, spero che si divertano anche i lettori.
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